Le piene mancanze e storie di città e il perché del non esistere e stare

Pubblicato: 24 aprile 2012 da sericamente in Uncategorized
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Nei pianerottoli dei grattacieli ad altezza costole
quanto si deve crescere per assomigliare
ad un crollo
   di foglie e non più
il lambire, strofinii e niente più
   ritagliare lungo il zigzag dei bimbi
   Cerulee contorsioni al circo facevan commuovere
     pure
      avidi e stolti – il mostro marino a trovare
(ma si deve andar
                           altrove, ritornare)

e rimettere costante la cera, il cerone
per tentare e spostare, il biunivoco viaggio
  finalmente sul piano spaziale

e inventar casa
 al giovinastro Joyce
e famiglia e flussi di secondo grado
e tant’ altre cosacce,

accantonate in valigie
di chi partiva per molto, speriamo, lontano

essenzialmente lo scheletro del pulcino morto nell’orto direbbe il vecchio con l’occhio

Montarono il cielo e risero in molti
la pece ve ne usciva
                                  dai pori e fu usata
per dolci strade di terriccio bianchiccio
                           dove il deliquo corteggia
      verdi calendari
sperando di fottersi casellina,
son tante si dice
e

dopo essersi specchio reso
e capanna d’intenti, fumata
casa lungo il fiume che porta le spezie ai salmoni
che fiume

non parliamo di morte, di morte, fu resa ragazza
zoppa dagli occhi azzurri
dalla collana stregata
di perle
fu resa mistero e lì morte all’uomo e alla stirpe

ma del fiume,
lì si, lì si è
ma si sa che si è fregati
quando si pronuncia su
                                    labbra del vivente morto la parola
attimo, e poi

l’educazione dello spazio fu semplice addomesticamento
e l’altro divenne un simulacro fertile
anche cimitero resuscitato

ed il terzo grattacielo, sfonda le orecchie
di bellezza, mio grande eroe mi rendi felice
      non vedo che te

e non ci fu più terra per altro, un’altro altro
tanta aria da guardare, praterie sterminate da guardare
per poi dentro casa di noi tornare, e guardare
lungo il fiume a pescare

poche volte il smembrar della pelle ed uscire, lasciare

e sentire il piccolo peso morto
d”amuleto che si perse
quel giorno – pioveva dagli occhi dell’altro
di mal di denti,
soffrivamo noi

Sono, ero, sarò, vabbè, lo so più o meno, ma ricordi, Dov’eri?

Dentro qualche contenitore, sicuramente, ok, e poi?

Venne il sole a splendere, bello gagliardo, di piume e brividi
La donna dal vestito rosso, classici occhi, su misura per te
Vini d’ogni sorta, per tutti
pace e non pece

e tutto era situazione, il parto di una situazione, la morte di una situazione

essere una situazione,
semplicemente posseduti
non salvava nemmeno il
da noi stessi,
da noi
ne’ da Dio ed affini
da un pallone che rotola romanticamente
ne’

intanto
tra il piegato ridondare degli anni,
carezze di carta di fuoco di colla
Si perse il senso, afferrato
mangiandolo e non
sentendo sparvieri
uccellacci e il solstizio
4 sono,
pochi,

ma il resto è ancor meno
qualcosa in più
    l’infossarsi del piede
in sabbia
nei campi di grano, delle stagioni caleidoscopiche
sentire di aver avuto – senza aver

qualcosa c’è sempre

Finì che non finì mai, dissero i finiti

Quell’uomo che portava il dolore, dentro le gemme dentro le scarpe
le crisalidi, le tasche, le orme lasciate su spiagge
pure lui, mangiato dallo sparviero,
  poraccio
ed è
  un gioco di ninnoli e coralli d’oro
E’ pane di miele, alla porta della chiesa chiusa

chi si trastulla è il vincente, non giocò

non è che non giocò, non è nato per nascere

commenti
  1. domandedibambu scrive:

    un Ulyssiade … tra il Buon Selvaggio di Rousseau ( l’uomo in origine un “animale” buono e pacifico, solo successivamente corrotto dalla società e dal progresso ), il Candido di Voltaire (vivere nel migliore dei mondi possibili ) e l’architetto di un universo privato intento a cambiar di pelle nel flusso incostante ma progressivo dei mutamenti sociali/ambientali … da ultima Cheyenne che sono ben mi adatto a questa visione di praterie pronte all’occhio e alle orecchie, in un ciclo che sembra essere stato cristallizzato e catalogato da solstizi ed equinozi che tuttavia sembra soltanto “ad altezza costole” aver ingabbiato il tempo della storia umana … qualcosa di meno eterno del nulla si doveva pur creare con l’arte della sopravvivenza…
    una poe che mi ha coinvolto al massimo … even a bit of Waste Land doesn’t waste on this vision of mine on your world…
    ciao

  2. sericamente scrive:

    Mi piace molto come interpretazione, la trovo realistica. Quell’altezza costole ha altro significato nel testo, ma prende altra vita nel tuo commento, ci sono due binari opposti che appunto cercano di esplicare il buon vivere e il cattivo vivere diciamo, usando le stesse tematiche. Questi binari si incontrano. e non succede che si incrociano, si uniscano, o si scambino. Semplicemente terminano in un punto. Ed è resa liberatoria, per il ritorno alla prateria. Ciao Cheyenne, grazie per il commento

  3. morfea scrive:

    complimenti ale…mi ci son persa…
    ma nel senso buono del termine…

  4. sericamente scrive:

    Grazie Antonella, fa autostima, finalmente sono riuscito a scrivere come volevo da un pò e i complimenti valgono doppio, potrebbe essere anche chiamata New York come poesia:-)

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