Che Faccio? (5 di n) Susanna.

Pubblicato: 28 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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Il filo interdentale porta via residui di cibo tra un dente e l’altro.
Il cuscino si è incastrato tra il materasso e la parete.
Un papera galleggia nella vasca da bagno e il matrimonio tra Olivia e Braccio di Ferro naufraga su una spiaggia piena di catrame.
Non ci sono pieghe nella mano abbastanza lunghe da lasciare intravedere come andrà a finire ma ci sono segnali abbastanza concreti di una notte che sta terminando per lasciare il posto alla luce di mille riflettori e ad un aereo che precipita su di un palazzo in costruzione.
Oggi è arrivata Susanna.
Lei dice di chiamarsi così.
O meglio oggi è arrivata e l’ho anche riconosciuta, nel senso che aveva un volto familiare  ma non avevo idea di come si chiamasse, chi fosse, quale rapporto intercorresse tra di noi.
E’ molto bella, penso.
E’ mia figlia così dice e aggiunge – La mamma sta parcheggiando. Abbiamo visto la tua foto sul giornale e siamo venuti qui. Subito –

Il filo interdentale si rompe con l’apposita lamella sulla confezione ma non ho mai capito bene a fondo come farlo.
Sul cuscino vedo una macchia di saliva o è sudore o… peggio.
La papera nella vasca ha un sussulto come di vita propria e ci sono sguardi che accarezzano come una mano.
Mi sto alzando lentamente e provo a ricostruire i lunghi silenzi tra una parola e l’altra.
Le chiedo da dove arrivano e lei ha un lampo tra l’interrogativo e il preoccupato e mi dice – Da casa a Monza –
– Monza? Dove c’è l’autodromo –
Nel frattempo è salita la mamma, riconosco anche lei ma non so come si chiama. Riconosco la sua faccia sempre allegra e i suoi occhi sempre tristi.
Mi chiede come sto, gli rispondo bene e… “non ricordo come ti chiami suppongo che se mia figlia ti chiama mamma io e te si stia assieme ma… non lo ricordo.”
Mi dice che se voglio posso tornare a casa e allora chiedo: – Da quanto manco? –
Mi risponde: – Due anni, sei uscito un giorno sbattendo la porta, portandoti dietro solo la tua chitarra e l’ipod, avevavo litigato e pensavo saresti tornato da li a poco come facevi sempre e invece sono passati due anni e ieri ho visto la tua foto sul giornale e dicevano che hai perso la memoria, sai cosa è successo? -.
Cos’hai fatto in questi due anni? Aleggia una domanda
So a malapena cosa ho fatto in questa settimana! Aleggia una risposta.
– Non lo so, sono qui da una settimana e non so cosa ho fatto prima ma stanotte ho sognato mia nonna che mi diceva qui non sto bene.  E allora so suonare la chitarra? -.
– No – , mi risponde, – ma ne avevi comprata una poco prima e te l’eri portata via quel giorno -.
Vedo che Susanna si asciuga una lacrima nascondendosi dietro alla madre.

Il filo interdentale non sempre porta via tutto, ci sono particelle che restano in meandri che non vedono mai il sole e che si putrefanno lasciandoci un saporaccio schifoso in bocca.
La macchia sul cuscino sembra adesso occupare tutta la stanza e avrei voglia di chiudere gli occhi per riaprirli in un altro tempo e in un’altra sede, magari abbracciato ad un sogno che ho fatto un paio di sere fa, magari appeso ad una corda a piombo sul mare.

Se mi affaccio alla finestra posso udire l’odore del mare.
Corre una pulce ammestrata verso il molo.
Si mangia una caramella e fischietta un motivetto allegro contemplando il tramonto seduto sulla banchina gambe a penzoloni.

– Se torno a casa posso portare con me questo cuscino? –

commenti
  1. intarsiodiversi scrive:

    una scrittura davvero originale, quasi canzonatoria nelle descrizioni poetiche. un bel pezzo.

  2. malosmannaja scrive:

    letto questo, sono risalito a ritroso leggendo gli altri quattro pezzi, ma non ne valeva la pena.
    : )
    intendo, i quattro frammenti precedenti, pur essendo scritti in modo diligente, restano un po’ anonimi (l’argomento, di suo, non brilla per originalità e la prosa molto lineare da un lato rende la lettura piuttosto “easy”, ma dall’altro appiattisce l’elettroencefalogramma). vieppiù, nel loro complesso, gli n da 1 a 4 nulla aggiungono alla senzione 5 qui presente, che invece non solo sta in piedi da sola, ma mostra una ben maggiore vitalità sia di forma che di contenuto.
    riuscitissimo (e coraggioso) il senso sia letterale che allegorico del filo interdentale, capace di scovare e liberare residui di cibo mangiato, residui di vita vissuta, nonché cuscini incastrati tra il materasso e la parete. difatti ecco l’immagine scomoda che emerge tra le righe: il protagonista che si masturba cavalcando/strusciando il cuscino, onde per cui lo sporco sul cuscino stesso non è “macchia” mediterranea in riva al mare, quanto, piuttosto, sperma di catrame sul matrimonio naufragato e spiaggiato (non solo di olivia e braccio di ferro…). l’allusione prende corpo e viene ribadita nel finale (eccellente, tra l’altro) quando il protagonista chiede di portare con sé il cuscino (unico morbido-tattile legame affettivo) e il cerchio si chiude (non è difficile immaginare che già prima della *fuga* di due anni prima, il naufragare del matrimonio con la “mamma di susanna”, avesse cancellato la vita sessuale della coppia, costringendo il protagonista a masturbatorie cavalcate in solitaria contando sul fidato cuscino). emblematico, in tal senso, che la figlia susanna abbia un nome, mentre la moglie in queste righe resta un’entità priva d’identità nominale.
    sempre nel parallelo tra vita e filo interdentale, altra frase che lascia il segno è “Il filo interdentale si rompe con l’apposita lamella sulla confezione ma non ho mai capito bene a fondo come farlo”, quasi che il protagonista si rimproverasse di non aver saputo *rompere* del tutto, ovvero di non aver capito come fare per cancellare completamente la sua vita precedente, il che mi rimanda al buon vecchio zio borges e al suo adagio “non c’è scampo dalla memoria”.
    sì, perché questo filo che si riannoda non sembra preludere a un facile/banale/romanzato/hollywoodiano “lieto fine” o “vissero tutti felici e contenti”, ma a un ulteriore disastro (è assai probabile che fosse meglio la “notte” rispetto al nuovo giorno fatto di “mille riflettori e un aereo che precipita su di un palazzo in costruzione”)…
    degno di nota ancora, come già osservato da intarsiodiversi, lo sguardo tra l’impietoso e il beffardo gettato sulla realtà dei fatti, su cui spicca, ad esempio l’accostamento tra il lezzo della putrefazione e il poetico odore del mare. amen.
    : )
    bacio le mai e complimèntomi.
    (occhio, refusi: avevavo; li)

    • attraverso scrive:

      mmmmmmmmmmm questo modo di commentare non mi è ignoto… sarei tentato di dire ben tornato🙂 ma sei tu?

      cmq Grazie-

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