Che Faccio (3 di n e 4 di n)

Pubblicato: 22 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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3)

Sono a letto.
E’ notte, guardo il soffitto.
La luce di una macchina passa attraverso le tapparelle dischiuse e proietta l’ombra di una pianta sulla parete .
L’ombra passa e va..
Gli infermieri, che carini, mi hanno lasciato un libro da leggere.
“La penombra che abbiamo attraversato” di Lalla Romano.
L’ho letto in un paio d’ore.
Un viaggio nella memoria… c’è dell’ironia in coloro che me lo hanno lasciato o fa parte della terapia?
La polizia sta cercando qualcuno che mi conosca.
Io ho sempre la sensazione impellente di dover fare qualcosa, una commissione.
“Elena vado a comprare le sigarette” e tornò dopo due guerre.
Altri tempi.
Quelli del libro che ho appena finito di leggere.
Provo a pensarmi bambino…
Come si chiamava la mia mamma.
Beatrice? Laura? Fiammetta?
Mi ricordo le donne del milleduecento e non mi ricordo il mio nome.
Scaviamo dentro noi stessi e ne ricaviamo il profumo del pane alla mattina prestissimo, i richiami del mare, le immagini di ninnoli appesi ad una parete, il poster dell’inter del campionato 70/71. Vieri, Burnich, Facchetti, Giubertoni, Jair, Bedin, Bellugi, Boninsegna, Mazzola, Corso e Bertini… Oriali e Bordon da piccoli.
E io come cazzo mi chiamo?

4)

Il poliziotto è cortese.
Mi guarda come fossi un moribondo ma io sto benissimo, mi sono solo dimenticato chi sono, cosa faccio e dove abito. Cose di poco conto.
Mi hanno portato a fare un giro per vedere se mi scocca la scintilla e riconosco qualcosa. C’è una sorta di familiarità in quello che vedo ma non posso certo dire che lo riconosco.
Una macchina rossa con un graffio.
Una bicicletta con una donna sopra.
Un saluto cortese.
Tracce di penumatici sull’asfalto.
Pesci rossi.
Una donna accenna un saluto, subito il poliziotto si gira ma la donna salutava un’amica che le veniva incontro.
Potrei essere una sorta di fantasma che tutti vedono e nessuno conosce, una sorta di deja vu ambulante che pare familiare ma che se chiedete a qualcuno di dirvi il nome semplicemente non lo sa. Una comparsa. Io stesso mi sono dimenticato di me.
Ma so ancora guidare una macchina, accennare dei passi di danza e sorridere ad un bambino.
Riconosco la chiesa con fontana.
Il poliziotto mi offre una sigaretta.
Gli dico che ho smesso.
Mi chiede quando.
Rispondo che non lo so ma so di aver smesso. Un giorno, era freddo, nevicava, avevo qualche linea di febbre, “baby blue” mi stava vicino e contava i giorni che mancavano a Natale.
Il poliziotto mi chiede se sto ricordando.
Gli rispondo che sto leggendo qualcosa su di un libro e potrebbero essere ricordi non miei ma sono sicuro di aver smesso di fumare e di aver imparato da poco ad allacciarmi le scarpe con il doppio nodo.
La mamma mi aveva lasciato un cioccolatino nella cartella e me ne ero accorto che era ormai ora di uscire. Il maestro non gradì la scoperta e mi mise una nota sul registro.
Un cane decide che è ora dei suoi bisogni il padrone aspetta e poi raccoglie tutto, dico al poliziotto che sono stanco e voglio tornare a casa.
Mi chiede dove abito.
“All’ospedale” rispondo.

commenti
  1. gramuglio scrive:

    continua a darmi l’idea di non avere una direzione precisa. mi piace l’affastellarsi dei ricordi/non ricordi. non mi piacciono banalità del tipo :”mi sono SOLO dimenticato chi sono, cosa faccio e dove abito. COSE DI POCO CONTO” (ripetizione/freddura/tragicomicità di serie z – nel senso che una delle due è abbastanza). non mi piacciono quei grassetti finali e la formattazione (ma è una poesia o una prosa? che magari sbaglio io). mi piace l’incedere (a parte la formattazione, ovvio)

  2. attraverso scrive:

    Non è una poesia però mi piaceva l’idea delle frasi semplici e di facile lettura.
    Rapide una dietro l’altea che costruiscono una storia dando qua e là degli indizi ma senza seguire una trama precisa.
    I grassetti sono i sottotitoli dei capitoli.

  3. almerighi scrive:

    è roba buona, poesia o no, bella roba davvero apprezzata

  4. domandedibambu scrive:

    il ricordo o è quel che si sta vivendo il ricordo
    se così fosse dimenticarsi il nome farebbe parte del gioco
    o dimenticarsi di essere sempre dei piccoli anarchici

    non far caso alle mie interpretazioni
    gli shamani so’ tutti pazzi
    però mi è piaciuto tanto questo tuo sguardo introspettivo di cui rimane la voce

  5. intarsiodiversi scrive:

    mi piace davvero questo spaziare tra il tempo a le cose.

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