Che Faccio? (2 di n)

Pubblicato: 16 marzo 2012 da attraverso in scrivere
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“Come si chiama?”
“Non lo so.”
“E’ la prima volta che viene qui?”
“Non lo so.”
“Quale problema ha?”
“Non ricordo più nulla.”
“Si accomodi appena possibile un medico la visiterà.”
“E’ caduto?”
“Sì e mi sono rotto i pantaloni.”
“E da quando non si ricorda più nulla?”
“Non saprei cosa rispondere”

Dopo un’oretta qualcuno mi invita ad entrare in un ambulatorio, è un dottore giovane, non avrà più di ventisei, ventisette anni.
Ha un’aria molto professionale ma se ne esce con un: “Stia tranquillo probabilmente la sua è un’amnesia momentanea…” e io non lo lascio finire di parlare

“Non sono agitato
sono calmissimo
solo che non mi ricordo più nulla.
Come mi chiamo?
Dove sono?
Ecco mi direbbe dove sono?”
“Lei è in ospedale”
“Questo lo vedo ma in ospedale dove?”
“A Trieste, lei è a Trieste ma dall’accento non si direbbe uno di qui.”
“E di dove si direbbe?”
“Non saprei? Sembra esserci un po’ di tutto. E’ caduto?”
“Sì”
“Ha male da qualche parte?”
“Un po’ sotto al ginocchio, probabilmente nella caduta mi sono sbucciato un po’, sa: come da piccoli”
“Ha battuto la testa nella caduta?”
“Non credo, per lo meno non sento nessun altro dolore”
“Se le chiedo come si chiama cosa le viene in mente?”
“Nulla”
“Ha fame?”
“Sì”
“Cosa vorrebbe mangiare?”
“Una pizza margherita”.
“Che ingredienti ha una pizza margherita?”
“Mozzarella, Pomodoro e Basilico alla fine”
“E se le chiedo che macchina ha?”
“Non saprei?”
“Sa guidare?”
“Sì, penso di sì!”
“Si ricorda dove è caduto?”
“Sì, ero davanti ad una chiesa, c’era una fontana, alcuni passanti e un vigile urbano?”
“Chi l’ha accompagnata qui?”
“Un taxi”
“Ha un portafogli?”
“No, avevo in tasca venti euro e li ho spesi tutti per venire qui”
“E adesso cosa pensa di fare”
“Me lo dica lei dottore, sono venuto qui per farmi curare. Insomma dottore, non ricordo chi sono, dove abito, mi ricordo, molto vagamente, di avere una commissione da sbrigare ma non so quale”
“Chiamiamo la polizia?”
“Non può farmi un’iniezione di qualcosa?”
“Di cosa, mi scusi?”
“Non lo so è lei il dottore”
“Chiamo psichiatria e la polizia, gli verrà in mente qualcosa?”
“Grazie”
“E’ sicuro che non le faccia male nulla oltre il ginocchio?”
“Sì”.

commenti
  1. margotcroce scrive:

    la perdita dell’identità è tra le cose più temute ma allo stesso tempo desiderate
    come se attraverso questa perdita ci dovesse essere una ricostruzione con nuovo materiale
    l’ho letto tutto d’un fiato, nel suo svolgersi essenziale apre universi di riflessione

  2. attraverso scrive:

    Ma secondo te è plausibile come dialogo?

    • margotcroce scrive:

      è palusibile ma incompleto… io l’ho dato come incipit di un racconto con tema appunto la perdità di identità reale e_o presunta altrimenti resta un sasso nell’acqua coi suoi centri concentrici che alla fine si disperdono

  3. darbedat scrive:

    dal mio punto di vista , manca l’idea. c’è un racconto , ma manca la rappresentazione del dubbio: dove dovrei essere per essere chi sono, ovvero meglio non sapere chi sono che sapere cosa ho fatto..
    dunque il dialogo é poco informato.

  4. darbedat scrive:

    non mi riferisco alla contestualizzazione del contenuto, della storia, questa la si può immaginare, anche senza averne dettagliata informazione. Mi riferisco alla rappresentazione del “dubbio” che in questi casi é più forte di qualsiasi realtà, anzi potrebbe essere la sola realtà intima:la mancanza assoluta di un ricordo. é un punto poco chiaro nel racconto, (si ricorda gli ingredienti della pizza margherita ma non ricorda se ha una automobile e se sa guidare, presumibilmente dovrebbero appartenere allo stesso arco temporale, pizza e guida). sembra più un dialogo al telefono senza la spazialità del dubbio. non a caso nel precedente intervento ho citato macbet

  5. llmezzanottell scrive:

    mah….non che le mie aspettative quando leggo un testo siano quelle di leggere roba al livello di Emily Dickinson, però non sono neanche queste. A me non comunica nulla di particolare, ribadisco il mio : MAH !

  6. gramuglio scrive:

    ho letto anche la prima parte e credo che ci sia materiale buono. mi pare però che tu non segua un indirizzo preciso, un’idea di storia nel suo complesso, e questo penalizza molto la narrazione.
    ad esempio: immagino tu voglia creare un qualche tipo di tensione, ma non si capisce se questa voglia essere tragicomica/buffa oppure un thrilling o whatever.

  7. attraverso scrive:

    E ovviamente ci sarà il 3 di n il 4 di n etc etc etc (Work in progress, o quasi)

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