Si può pensare dopo le idee

Pubblicato: 13 marzo 2012 da micheleortore in Uncategorized

Ci siamo sciolti al chiaro di luna metallico

nel petrolio ostiense salato

come teneri barbari senza domande, invasioni

da vivere, vini da bere nei teschi;

mani e polsi e vertebre stellate

gocce di latte lungo la schiena

e porte vuote del senso da aprire con diamanti

nelle notti del Circo Massimo,

a dormire avvinghiati come randagi impazziti di luce

fra le tube del Palatino e l’asfalto attorno

quasi una battigia, bottiglie di vino urlare

poesie di Majakovksij dai denti rossi,

sapere sapere sapere e non capirci un cazzo

se non dello spazio bianco senza sonoro

dietro gli eventi, la forma che può avere

il retro del sole, e allacciare gli appigli

fra miopie frequenti, disegnando ritratti

di tutto ciò che nell’inferno non è inferno.

Non inquinare il cielo ma solo un po’ di sé,

quel che basta a sbagliare l’accento e inventare

nuove parole, morire di più, essere banali

e chiamare il bibliotecario gentile

o il timido che somiglia, chiamare come merita

perché scivola in declivi di felce la vita

e solo strappando magari dall’alto

si vede qualcosa

commenti
  1. margotcroce scrive:

    la trovo bellissima…poesia sanguinante, poesia scaturita da un substrato di vita reale
    passaggi di luoghi, di memorie, di condivisioni, con uno sfondo sociale, a creare un quadri dentro cornici, come scatole cinesi, fino a ritrovare, nel centro, il cuore pulsante e vivo
    .. e poi benarrivato🙂

  2. llmezzanottell scrive:

    Ben tornato a casa Michele, l’entrata è davvero degna di nota. Scivola tutta morbida come seta nera, e di tale tessuto mi sembra abbiano la consistenza tutti i risvolti poetico-lessicali che vi ho trovato. A rileggerti presto.😉

  3. micheleortore scrive:

    Grazie ad entrambe per l’apprezzamento! Margot, come dice mezzanotte in realtà il mio è un bentornato: facevo già parte della ciurma ai tempi di Splinder, ma per gli ultimi due anni sono stato inattivo… Questa poesia l’ho scritta in un periodo davvero particolare, uno di quelli in cui il tempo assume la forma di tantissimi presenti accostati l’uno all’altro, senza ombra di diacronia. E’ un testo ubriaco, diciamo così, e questo non vuol dire che i testi ubriachi siano scritti da ubriachi🙂

  4. morfea scrive:

    allora bentornato si.
    e mi piace mi piace tutta.
    mi porta nella città che amo.
    con sangue e bellezza

  5. micheleortore scrive:

    Sì, a Roma ci vivo da 5 anni ed è davvero…Roma! Ero ucronia, sì, come il mio vecchio blog defunto assieme a splinder. vi ringrazio di avermi letto; questa l’ho scritta parecchio tempo fa, ma mi farà molto piacere avere i vostri pareri anche sui testi “freschi”, e quindi ancora instabili! Scusatemi se non sempre riuscirò a commentare le vostre cose come e quanto vorrei, ma sono un po’ inguaiato con il tempo🙂

  6. gramuglio scrive:

    Roma è una città che non ti da’ tregua, ti infilza con le sue suggestioni così come piscia ad ogni angolo dalle fontanelle. ed è sempre, nel bene o nel male, fonte di qualcosa. mi piace in particolare l’ultima parte, meno la prima (carica, ubriaca).

  7. mugico scrive:

    Molto bella. Il titolo mi ricorda qualcosa, Neruda se non sbaglio. Approfitto del tuo commento per definirla anche io una poesia ubriaca, anzi ispirata.
    Quello che non mi piace, ma non mi piace in generale perché mi sa di “poetichese”, è l’uso della “a” al posto del “per”. Forse è un latinismo o non saprei, ma noto che è una cosa in cui cadiamo un po’ tutti, come se fosse un modo gergale per esprimersi in poesia. Se pratichi questo esperimento di memoria selettiva noterai che è un modo di esprimersi che ricorre spesso nella poesia sul web (mi ci metto dentro anche io ovviamente) . Non credo sia un errore comunque.
    Vabé, torniamo a noi. E’ una poesia molto carica, con un certo gusto espressionista nelle immagini e con una tensione che a voler cercare il pelo nell’uovo arriva a scadere nella ridondanza. Ad es. questo bel verso “bottiglie di vino urlare/ Poesie di Majakovksij dai denti rossi” evoca un’immagine molto intensa, ma forse troppo carica, dato che il vino me lo immagino già rosso e mi fa a botte con i denti, tenuto conto del fatto che come immagine era già stato evocato al IV verso della poesia.
    Per il resto, dicevo, una poesia molto bella, si sente vibrare nei versi una forza visionaria e una sonorità ricercata, ma non eccessiva. Alla prossima, ciao🙂

  8. darbedat scrive:

    Nelle prime letture i primi tre versi me l’hanno resa invalicabile. Mi spiego. Nei primi due versi le aggettivazioni mi si evidenziano posticci , bombardamenti casuali solo per creare sconcerto; il terzo verso, contiene due parole , nell’ordine-barbari /invasioni- che per assonanza con un noto programma di pseudo-real(i)tà, innescano un meccanismo di banalizzazione pericoloso. Cosi anche i denti di Vladimir, rossi, scremano il comunismo più di quella fucilata che pose fine al ‘verso’; oppure, -se non dello spazio bianco senza sonoro- bellissimo verso ma reso quasi vano della sua doppia negazione.
    Detto ciò, l’ultima lettura : perché no! l’ho letta, il titolo è salvo!

  9. micheleortore scrive:

    @mugico: In questo caso “a dormire avvinghiati” non è una finale, ma una temporale (“nelle notti del Circo Massimo…a dormire avvinghiati…”),quindi almeno stavolta non potevo sostituirlo con “per”. L’ “a” finale in effetti potrebbe essere un latinismo, hai ragione…magari una reliquia di ad+gerundivo accusativo; andrò a investigare, sono appassionato di linguistica! Ed hai ragione anche sul fatto che è assolutamente poetichese, e anche se in questa poesia mi salvo per il motivo di cui ho detto, sicuramente anch’io tante volte cedo -anche inconsciamente- a questi automatismi. Mi piace molto avere un approccio del genere al testo, attento alle sottigliezze, quando le sottigliezze non sono fini a sé stesse ma spie di qualcosa di più vasto, in questo caso dei meccanismi stilistici e poi sociali che permettono a chi scrive di sentirsi riconosciuto dalla cerchia: quindi ti ringrazio di averlo avuto nei confronti del mio testo. Una cosa però: costuire la finale con a+infinito è tra le costruzioni più ingenue secondo me; è più interessante invece rintracciare certi elementi lessicali e certe costruzioni sintattiche più sottili, che ugualmente -pur presentandosi come sperimentalismo, avanguardia- secondo me servono spesso soltanto a farsi riconoscere, ad ad aderire al canone. Grazie anche per gli altri consigli semantici, in effetti hai ragione, c’è una certa ridondanza, anche se per fortuna mi sembra non diventi mai troppo ipertrofica: questa poesia l’ho scritta 4 anni fa, da lì in poi ho cercato di asciugare abbastanza, anche se non sempre con successo.

    @darbedat: Sui “bombardamenti casuali solo per creare sconcerto” ti assicuro che potremmo organizzare una Resistenza insieme. Nel mio caso, lasciando da parte il risultato estetico, su cui ovviamente ognuno ha i propri gusti, non sono aggettivi casuali: il “petrolio ostiense salato” lo conosce molto bene chiunque abbia provato a fare il bagno ad Ostia, purtroppo; il “chiaro di luna metallico” voleva essere un’introduzione all’immagine di natura macchiata dall’artificialità del secondo verso – allo stesso tempo, però, aggettivare un sintagma tradizionalissimo come “chiaro di luna” con una metafora cromatica come “metallico” non mi sembra uno scarto così eccessivo dalla norma, anzi, mi sembra un aggettivo usato di frequente, in riferimento alla notte, anche in prosa. Quanto dici riguardo al terzo verso, mi sembra in contraddizione con le parole precedenti: il connubio semantico -barbari + invasioni- è praticamente un archetipo, evitare di usarlo solo perché potrei evocare il titolo della Bignardi sarebbe il trionfo dell’artificialità, altro che ricerca di sconcerto! E poi, mettiamola così, magari al lettore non vengono in mente le interviste in tv, ma il bellissimo film di Arcand. Le altre due osservazioni: ci sta assolutamente che non ti piacciano come versi, però le argomentazioni mi sembrano vaghe, o quanto meno criptiche. Per esempio, perché un verso dovrebbe essere rovinato dalla doppia negazione? Ora non ho la LIZ sotto mano, però credo che la letteratura italiana sia piena di “non” e “senza” nello stesso verso. Ovviamente prendi questa mia risposta come una critica alle tue argomentazioni; che la poesia non ti sia piaciuta lo accetto, anzi mi fa piacere, davvero, perché soprattutto per chi scrive poesie servono sempre molti molti molti antidoti al narcisismo!

  10. darbedat scrive:

    michele, c’è un’-anche- di troppo nel mio commento, così si capisce il contrario di quello che intendevo dire. riassumo. i primi tre versi , a causa delle aggettivazioni, li trovo deboli, tanto da insinuare in chi legge un atteggiamento pericoloso nella lettura dei versi successivi, che invece mi piacciono. D’altra parte in alcune sfumature del tuo commento mi sembra che tu sostenga il mio dubbio sui primi versi, anche , se capisco bene li hai ‘voluti’ proprio cosi. Ripeto, dal mio punto di vista ciò danneggia il testo che segue.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...