Che faccio? (1 di n)

Pubblicato: 8 marzo 2012 da attraverso in scrittura
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Poi andrebbero contestualizzati gli eventi messi da parte uno alla volta e tirati fuori al momento giusto. Scrivere la sceneggiatura della propria fine sapendola ormai parte di un romanzo d’appendice scritto giorno dopo giorno. 
La fine.

Un passo, due passi, tre passi e patapem il quarto cadendo all’indietro e battendo il culo per terra.
Nessuno vicino a raccogliermi.
No, non è vero.
Un vigile urbano.
Meglio che mi rialzi alla svelta prima che pensi che abbia bevuto troppo e si offra di raccattarmi su.
Il semaforo scatta da rosso a verde, una macchina balza al comando ed entra nella pozzanghera vicina.
Piove ininterrottamente da una settimana, anzi due, forse tre.
Mi lava completamente.
Che poi si usare il termine lavare anche quando non è che proprio ci si stia lavando, anzi. Oserei dire che avrei preferito farmi la pipì addosso.
Anzi già che ci sono.
Mi sto rialzando, grondo d’acqua. L’automobilista non mi ha nemmeno visto, un paio di persone mormorano qualcosa di losco al suo indirizzo. Il vigile urbano si scusa per non aver fatto in tempo a prendere la targa.
Mi sto rialzando a fatica, non pare esserci nulla di rotto, no anzi, c’è qualcosa.
I pantaloni.
Avrei voglia di bestemmiare.
Stamattina mi sono alzato e… dove dovevo andare?
Mi guardo in tasca provo a vedere se ho qualche scontrino di qualche cosa che mi indichi uno scopo ma…
Non ho nemmeno il portafoglio.
Ho una banconota e  qualche spicciolo nella tasca anteriore destra dei pantaloni.
Una chiave, un bottone, una carta di caramelle e un accendino nella tasca di sinistra.
Nelle tasche dietro nulla.
Un plettro, anzi no due, no addirittura quattro nella taschetta per gli spiccioli.
Il testo di una canzone di Steve Forbert con tanto di accordi piegato in quattro nella tasca della camicia.
Dove stavo andando?
Il vigile urbano si avvicina e mi chiede come sto.
Gli rispondo che sto bene, ho solo rotto i pantaloni adesso torno a casa e me li cambio, speriamo che…
Dove sono?
Non riconosco nulla.
Il vigile mi guarda indeciso, probabilmente non sa che fare e ha ben altro per la testa.
Comincio ad andar via e lui mi chiede, cortese, se ho bisogno di una mano.
Io balbetto un no.
Mi chiede come mi chiamo
Io dico sono…
Chi cazzo sono.
Dai come si fa a non sapere il proprio nome…
Passa un camion, evita la pozzanghera di un nulla, mi casca l’occhio sul rimorchio, “Bartoletti” mi suona familiare, non so perché, adesso mi ci vuole un nome, veloce Gianni pensa veloce… Gianni, mi chiamo Gianni?
“Bartoletti, mi chiamo Gianni Bartoletti”
“Vuole un passaggio a casa?” dice il vigile.
“No, grazie rispondo io” e mi incammino il vigile si disinteressa a me e si interessa ad altro.
Controllo in tasca per vedere se ho un biglietto con un nome, un indirizzo, qualche cosa…
Una banconota, venti euro, non credo di potermici comprare un paio di pantaloni.
O forse sì, bo!?!.
Cosa faccio?

commenti
  1. margotcroce scrive:

    dobbiamo rispondere alla domanda finale Atty?

    • attraverso scrive:

      Perché no, potrebbe essere un’idea, magari la seconda puntata segue le aspettative della risposta, magari approda in altri sentieri, magari…

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