Nessun contrattempo

Pubblicato: 5 febbraio 2012 da llmezzanottell in scrittura
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Mi definiscono una donna elastica e disponibile, aperta e senza tabù, una donna sensibile e che si adatta a qualunque situazione. Una donna accomodante e senza ossessioni, anche questo dicono. In effetti potrei tranquillamente dire che così potrebbe sembrare , se non fosse che nella realtà dei fatti, proprio così non è. Perché io invece sono affetta da una pesante ossessione, che è quella di nascondere al mondo intero la mia più irriducibile e grande mania, quella del perfezionismo. E devo dire dopo tanti anni, che davvero essere vittime di un’ossessione porta innumerevoli vantaggi. Primo tra tutti nel mio caso, quello di saper recitare alla perfezione il ruolo della donna che di ossessioni non ne ha. Questo, unito a tutte le altre virtù dimostrate e riconosciute, mi rende una donna assolutamente perfetta.

E perfetta ed impeccabile fu parimenti la mia interpretazione con le autorità nella triste vicenda che riguardò Carmelina.
Avevo appena preso casa in centro città. Una casa bellissima a tre piani dotata di ascensore interno. Una casa che arredai con cura e rigore logico come fosse un tempio, in cui non volli né quadri, né soprammobili, né troppe mensole. Gli spazi dovevano apparire solennemente aperti, inondati di luce, e facili da far splendere di pulito. Tutto doveva brillare, tutto doveva respirare, tutto doveva parlare di me. La casa doveva assolutamente rispecchiare me ed il mio stile di vita inappuntabile, in cui ordine e pulizia dovevano essere cornice necessaria del mio sentirmi in pace con me stessa e con il mondo intero.

La mia giornata si divideva in lavoro e pulizia di casa. Disinfettavo, lavavo, spolveravo, e lucidavo ogni cosa. Spesso quando ero fuori casa venivo presa da pesanti sensi di colpa e dubbi sul non aver pulito abbastanza e bene. Ispezionavo a vista e più volte al giorno superfici e pavimenti, perché fossero realmente lucidi e perfetti. Passavo ore a fare ricerche circa i principi attivi dei detergenti e sanificanti in commercio. Daltronde, per fare le cose come si deve, si deve disporre dei migliori e potenti  prodotti adibiti allo scopo.

Fu però una brusca caduta sul pavimento che io stessa avevo tirato a lucido dopo le mie consuete cinque passate di disinfettante e tre di lucidante, a far sì che mi rompessi il braccio sinistro e fossi costretta all’immobilità con  prognosi di un mese.

In tutta questa tragedia tuttavia , non mi preoccupai tanto del mio osso rotto, quanto  delle pulizie di casa.

Era in effetti per me una circostanza agghiacciante.  Impossibilitata a muovermi come ero, mi vedevo costretta a chiedere aiuto a qualcuno che potesse pulire al posto mio. Ma poteva esistere un’altra donna al mondo che intendesse la parola “ ordine ,pulizia e perfezione ” nello stesso modo in cui la intendevo io? Perché oltre alla casa, c’era da curare anche il mio piccolo giardino; ed il mio bel giardino, in mano ad un’altra sarebbe sicuramente morto, smangiato dai parassiti e devastato dalle formiche.

Inutile dire che per giorni fui pervasa da un’ansia distruttiva. Uno stato ansioso che mi causò un eritema pesante su tutto il corpo e che mi portò all’isolamento totale per alcuni giorni, appunto perchè potessi riflettere sul da farsi. Giorni di tormento e malessere perchè potessi risolvere il  problema delle pulizie, trascorsi i quali,  non potetti decidere altro che non ricorrere ad un un aiuto.
Carmelina si presentò non puntuale un lunedì mattina. Subito quel ritardo oltre che la sua presenza mi infastidirono. Detestavo la non puntualità. Mi infondeva già di per sé un senso di sciatteria e di pressapochismo. Il suo primo giorno di servizio infatti, si rivelò uno sfacelo. Carmelina era superficiale nel fare le cose, dimenticava di lustrare di lucidare una per una le foglie delle mie kenzie gemelle, dimenticava di pulire le superfici prima con l’ammoniaca poi con alcool denaturato, poi con i detergenti balsamici-lucidanti. Dimenticava di inginocchiarsi per terra quando lavava i pavimenti. Dimenticava di disporre gli oggetti nel loro rigore cromatico esattamente nel modo in cui erano, ed inoltre nel cucinare non solo dosava gli ingredienti in maniera grossolana, ma riusciva ad insozzare ogni ripiano della cucina, senza che poi si premurasse di sanificarlo nella maniera in cui mi ero premurata che facesse.Entrava nella mia camera da letto senza bussare, mi serviva il caffè in tazzina posata su piattino sporco dello stesso caffè sgocciolato.

Era in grado così di farmi stare malissimo, di aggravare ancora di più il mio stato d’ansia e di nervosismo, ed il mio fastidio nel vedere andare le cose nella maniera in cui mai avrei voluto. Perché Carmelina era sgraziata e maldestra. Camminava come un rinoceronte ed in più girava per tutta la casa con le sue ciabatte sporche , camminando proprio sui pavimenti che poc’anzi aveva pulito. Lei daltronde, odiava l’ascensore, soffrendo di una pesante claustrofobia, così come mi aveva subito detto all’atto dell’assunzione. Tra l’altro Carmelina stirava anche malissimo, piegava i tovaglioli in forma quadrata anziché triangolare, e non plus-ultra trascurava il giardino. Giardino la cui cura richiedeva che piante ed alberi venissero curate e controllate ogni giorno una per una. La presenza di anche un solo parassita infatti, avrebbe richiesto l’intervento di ditte specializzate.
Ma venne comunque il giorno in cui pur non volendo, colsi l’occasione per liberarmi di Carmelina. Coincise con  il giorno in cui mi comunicarono che sarei dovuta andare per una settimana in trasferta all’estero per curare una nuova campagna pubblicitaria. A quel punto, il mio primo pensiero fu che nella maniera più assoluta la casa doveva essere lasciata in condizioni impeccabili di pulizia. E questa volta non avrei tollerato certo nessuna mancanza da parte di Carmelina.

La mattina della mia partenza quindi, raccomandai a Carmelina di riordinare e di lavare e lucidare i pavimenti nel modo in cui sapeva. L’ordine di pulizia doveva procedere dall’alto verso il basso, ed in più per non sporcare nel passare da un piano all’altro, doveva assolutamente servirsi dell’ascensore. La pregai di essere puntuale per una volta nella sua vita, perché sarei dovuta uscire necessariamente alle ore 12,00 come da programma accuratamente studiato nei dettagli da giorni ed appuntato sulla mia agenda.

Alle ore 11.45 di quel giorno, come da schema, riuscì ad essere prontissima ed impeccabile. Mi restava solo da aspettare che Carmelina terminasse il suo lavoro e scendesse a piano terra per uscire con me. Il taxi daltronde sarebbe dovuto arrivare alle ore 11,57.

Alle ore 11.50 tuttavia ,  Carmelina era ancora lì,  intenta a sfaccendare al primo piano. Inutile nascondere che io, orologio alla mano,  cominciai inevitabilmente ad entrare per colpa sua, in quel noto stato d’ansia che giungeva all’improvviso e mi spingeva a una furia quasi crudele. Continuavo ad andare  su e giù  impaziente nelle immediate vicinanze dell’ingresso fissando insistemente l’orologio. Inutile nascondere che il mio malessere andava aumentando man mano che vedevo la lancetta dei secondi fare il suo giro, e aggiungere altri minuti a quelli oltre i quali mi sarebbe risultato impossibile rispettare il mio accurato programma.

Ore 11,54:  Sentì Carmelina chiamare finalmente  l’ascensore per scendere. Stavo giusto tirando un respiro di sollievo, finchè non sentì l’ascensore bloccarsi e Carmela urlare di paura e suonare l’allarme interno.

Ore 11-55:  fissai prima l’orologio e poi l’ascensore, poi l’orologio, poi di nuovo l’ascensore, mentre udì da lontano il rombo del motore del taxi che puntuale giungeva.

Ci sono cose nella vita che richiedono rispetto e rigore. Seguire un piano, un programma, una tabella di marcia, una procedura ottimale, l’efficienza in tutto,  non sono cose a cui si può soprassedere per la non curanza e sciatteria altrui.  Inoltre, esattamente alle ore 11,56, pensai anche che tutto meritasse di andare nella maniera prestabilita e che  il vincolo di Carmelina imprigionata nell’ascensore, era daltronde un fatto secondario, rispetto al fatto che era davvero tardi, e dovevo proprio andare.

Realizzai poi, in ultima battuta  che le ore 11,57 andavano di certo a segnare  un tassello temporale strategico nel mio programma di quella giornata, e forse anche in quello di un programma già scritto da qualche parte per il destino di Carmelina.

commenti
  1. margotcroce scrive:

    bellissimo BIanca!!! superaltivo racconto della migliore tradizione del fantasy alla Tarchetti,
    materiale umano e materia inerte si fondono in un formidabile incontro fatale…risvolti psicologici che si aggolomerano in pieghe il cui significato si cerca di nascondere a tutti i costi, sottile, arida, manifestazione di una psiche perversamente meccanica.
    uno splendido bianconero con Wim Wendes come regista

    • llmezzanottell scrive:

      Grazie Marghy per questo commento, mi rincuori molto. Come ben sai, non mi cimento spesso nella prosa, era da un sacco che non provavo a scrivere un racconto. Come ho già detto a Emanuele Mandelli, esprimersi in prosa è difficile, o almeno per me così risulta. E’ difficile scegliere un tema, essere poco prolissi, incastrare il particolare…bah…io ci ho provato🙂 Comunque, in quei pochi racconti che ho scritto la nota noir c’era sempre, e credo proprio continuerà sempre ad esserci, è’ un periodo che la prosa mi affascina. Sono molto contenta che ti sia piaciuto. Besito.

      • margotcroce scrive:

        trovo che la tua aspirazione..scegliere il tema, essre poco prolissi, incastrare il particolare… ti sia riuscita perfettamente, inoltre, la nota noir, è proprio nelle mie corde, ed è su questa nota che si affaccia il nostro lato contingente😉

        riconfermo che mi è piaiuto molto e spero di leggerti nuovamente in questa veste

        per quanto mi riguarda, Bianca, scrivere in prosa mi viene abbastanza naturale se mi cimento in un racconto breve tipo il tuo, se invece mi dilungo vedo che mi perdo per strada.

  2. massimobotturi scrive:

    impegnativo, per un pigro come me
    🙂

    ma decisamente originale e ben scritto

  3. darbedat scrive:

    ||mezzanotte|| qui posso dire che non mi lascia troppi vuoti , per cogliere ciò che nell’ossessione poni. se poi vuoi saperne di più fammi un cenno

    • llmezzanottell scrive:

      Decisamente voglio saperne di più…dimmi, dimmi….

      • llmezzanottell scrive:

        Darby, sono tornata sul tuo commento perchè sinceramente mi incuriosisce. Se come ho capito, tu stai dicendo che ho descritto troppo bene questa psicosi tanto da far pensare che non possa non riguardarmi, guarda….ti dico che ho studiato, cioè non avevo la minima idea che sarei riuscita a scrivere questo racconto. Devi sapere infatti che è nato in maniera del tutto casuale e stramba. Perchè ieri che era domenica, e che come ogni domenica ho ospiti per pranzo, mi sono messa a cercare su internet la ricetta della torta di mele. Tra i vari link su cui sono capitata, sono finita per caso sulla psicosi del CRAB APPLE, ovvero la psicosi del melo inselvatichito. Ti riporto questo:

        “Nel Melo Inselvatichito l’ampia fioritura primaverile , intonata prima sul rosa acceso e poi sul bianco gesso, attrae l’attenzione e suscita meraviglia, quasi a distrarre lo sguardo dal tronco cariato e butterato, come a coprire l’intrico distorto dei rami. La parte più aerea esprime bellezza, ma solo per un limitato periodo dell’anno; dopodiché l’albero del melo inselvatichito riprende la sua immagine confusa e contaminata. …..melo inselvatichito che, posto nel cantuccio di un orto, ne attira i parassiti. “

  4. morfea scrive:

    ammetto che mi sentivo un po’ oppressa:)
    però che bello!

  5. ciprea scrive:

    ben scritto, sicuramente. la follia ha ossessioni che spiazzano le logiche comuni e portano nel vortice chi ne viene toccato, anche Carmelina, sì, come avviene nel tuo racconto, anche se mi sarebbe piaciuto un finale più a sorpresa, forse più “cattivo”

    • llmezzanottell scrive:

      Mirella, mi viene da sorridere per quante cose abbiamo in comune.Perchè penso che il tuo commento sarebbe stato lo stesso che avrei fatto io, se questo racconto l’avesse scritto un altro autore. Sinceramente ci avevo pensato ad un finale più assurdo e cattivo, ma in quel momento avevo zero idee. Accetto proposte ragazzi, anche perchè niente delle cose che scrivo ritengo sia definitivo. Non è mancato tuttavia qualche caro amico che nel mio blog personale ha proposto il lieto fine: Carmelina che si salva grazie al cellulare, che porta sempre con sé perchè ne è ossessionata. Ma io a questo punto aggiungerei che la casa non è servita da segnale.

      • margotcroce scrive:

        il lieto fine non ha senso… letterarialmente parlando intendo….
        l’atmosfera è quella noire_psico_border che si nasconde nelle pieghe di ogni normalità
        il finale non può che “debordare” nella sbigottimento del letto verso una tale indifferenza (della protagonista) verso la persona in carne e ossa, riducendola, appunto, come ho sottolineato nel primo commento, a complemento d’arredo.
        è proprio questa chiave dell’oggettivazione della presenza umana ciò che rende il racconto “speciale” e di classe, infatti rifinendo i contorni della protagonista con questi tratti di fastidio e disappunto si illumina quella zona d’ombra che s’acquatta sotto una sovrastruttare di normalità accattivante per quanto già sottolineata dalla maniacale compulsione del pulito.

        la carta vincente del fantasy, che sia noir o meno, è proprio introdurre lo straordinario nell’ordinario per creare stupore e destabilizzare le quotidiane e rassicuranti convinzioni di ognuno

  6. attraverso scrive:

    Ovviamente alla fine Carmelina deve uccidere la perfezionista perché è giusto così.

    E poi chi alle 11.45 riuscì ad essere prontissima ed impeccabile? Carmelina o… già come si chiama? Cioè è riuscì o riuscii?

    Il racconto parte bene (cioè a me piace) ma poi sembra che tu (la scrittrice) voglia sbarazzartene alla svelta come se tu avessi fretta di andare veramente da qualche parte e non avessi tempo di stare a sentire altro… un racconto ha, di solito, tempo di aspettare.

    Anche perché è mezz’ora che aspetto i pompieri per liberare questa poveretta che urla, urla e continua ad urlare e che avrà mai da urlare in fondo è solo bloccata in ascensore mica all’inferno.
    Scusi ha mica da accendere?

    • llmezzanottell scrive:

      Sì come dice Margot anche per me piazzare un lieto fine lieto fine sarebbe stato come bucare un palloncino dopo aver faticato per gonfiarlo. E devo dire che l’atmosfera noire-psico-border è cosa che mi attira tantissimo come tema di prosa e meriterebbe un filone apposito da approfondire. La protagonista è totalmente dissociata dal mondo esterno, schifata dalla sua dimensione materiale. L’ordine e la pulizia corrispondono al bisogno di ordine mentale e l’assurdo è che l’ordine non è mai abbastanza.

  7. llmezzanottell scrive:

    Marco, ma che racconto hai letto? La perfezionista riuscì ad essere prontissima alle 11,45, lasciando la poverella Carmelina a marcire in ascensore nella sua crisi di panico. Per il resto, circa la frettolosità del racconto, può darsi tu abbia ragione e grazie per questo appunto, perchè io non me ne sono resa conto. Ma in fondo non c’era molto da aggiungere, cioè non mi sembrava il caso di dilungarmi su come Carmelina dovesse pulire il water, tagliare l’insalata, lavare i vetri etc….anche se mi sarei divertita a farlo, ma questo poteva pure tediare!

    • attraverso scrive:

      “Alle ore 11.45 di quel giorno, come da schema, riuscì ad essere prontissima ed impeccabile. Mi restava solo da aspettare che Carmelina terminasse il suo lavoro e scendesse a piano terra per uscire con me. Il taxi daltronde sarebbe dovuto arrivare alle ore 11,57.”

      Io al posto di riuscì ci metterei riuscii.🙂

      L’impressione è di un bel racconto che però mano a mano che si svolge diventa monodimensionale cioè se fossimo a scuola e avrei dovuto dare un voto avrei dato 8 ma poi mi sarebbe scappato il -.
      8-

      Ovviamente era solo per spiegare meglio il mio pensiero. Adesso mi toccherà scrivere di Carmelina sennò impazzisco a lasciarla lì in ascensore.

  8. darbedat scrive:

    me ne guardo bene da farti un commento pubblico…a) le cose che devo dire interessano te; b) …c) mandami la mail ho perso tutto i giorni scorsi

  9. theallamente scrive:

    “Lincenziamento all’italiana”, così come un tempo c’era il “divorzio all’italiana”?
    Il racconto mi è piaciuto moltissimo, Carmelina ha tutta l’aria d’essere il maggiore dei miei figli sotto mentite spoglie. Cioè. Così ho creduto finchè non ho appreso che comunque, per lo meno, Carmelina stirava…
    Finale in crescendo, i nuclei psicotici della nevrotica prendono il sopravvento. A meno che la protagonista, dal taxi, non abbia chiamato i pompieri… perchè in ansia: Carmelina avrebbe sporcato tutto l’ascensore…

  10. darbedat scrive:

    come desideri Bianca .
    inizio con poche note…poi, se vuoi, possiamo continuare, soprattutto se ti interessa

    Non voglio fare critica letteraria, non sono in grado e non la so fare.
    Guardo il tuo lavoro come opera d’ingegno , un opera di trasformazione, dove la materia viene manipolata fino a ottenerne una Forma. Come qualsiasi altra materia anche la parola[segno/significato/ suono/rumore]prende forma
    Detto questo, il mio pre-giudizio: un opera d’ingegno per poter essere ‘agita da altri’, che non siano il creatore, deve contenere dei vuoti, dove questi, fantomatici altri, possano entrare. È come un’architettura, per apprezzarla deve soddisfare, diceva Gropius , tre prospettive, quella lontana, per il rapporto con il contesto, quella media, per rapporto con il vicino , quello vicinissima per il rapporto fra i particolari e l’individuo.
    Cio premesso, il commento che avrei fatto , per uscire dalla sintesi iniziale, sarebbe stato questo:
    il pezzo è brutto (leggi il commento morfea). Ma non perché sia scritto male, al contrario è scritto benissimo, talmente bene da essere inaccessibile, impenetrabile da qualsiasi punto lo si guardi. Per questa ragione , nei commenti, molti hanno confuso l’antipatia dei e per i due personaggi, con il sapore indigesto che la descrizione mostra. Entrambi i personaggi sono talmente simili a tutti noi da essere antipatici proprio perchè noi stessi. A nessuno di noi fa piacere vedere i propri difetti spiattellati e in bella vista. Il terzo personaggio, il protagonista, lo spazio/la casa/forse l’ascensore(anche se sembra essere più una punizione, una tortura, e forse per questo andrebbe usato con più efficacia), invece, viene solo usato come comparsa, accidentale, e sembra per questo opporsi, vendicandosi, chiudendo tutti gli accessi.
    Il terzo personaggio deve essere trattato come protagonista, il solo protagonista, perché è il protagonista, solo cosi puoi fare spazio e consentire il transito del lettore/fruitore

    Prova a rileggerlo da questa ottica e poi se vuoi ne riparliamo

    • llmezzanottell scrive:

      Caro Ra, il tuo commento è interessantissimo, e commenti come questo, sono sempre fortemente auspicabili a mio avviso. Ti dico, molto candidamente che, non ho avuto la minima idea, leggendomi e rileggendomi, che questo potesse in qualche modo trasmettere un senso di asfissia/claustrofobia, vedi il commento di Morfea, nè che chiudesse tutti gli accessi al fruitore come dici tu. Il mio intento è stato quello di puntare la telecamera sull’ossessione/perversione della perfezionista, dove è la mania ad essere protagonista, insieme all’assenza di un briciolo di ” umanità”. Anche Attraverso mi fa la stessa osservazione. Le due donne solo solo un’ombra, la casa è il teatro e lo specchio della malattia. Più che una casa, una torre lucida, asettica e vuota. Ora, siccome quelle che sono state le impressioni di chi ha letto , mi interessano parecchio, chiederei a te e a Morfea ed anche ad Attraverso,, cosa in particolare riesce a trasmettere la sensazione claustrofobica, e in quali punti il racconto sembra chiudersi frettolosamente. L’assenza di vuoti dici tu, che intendi più che altro come finestre in cui sporgersi più all’interno, ma davvero il lettore vorrebbe saper di più della casa e non dei comportamenti disturbati della protagonista?

      • attraverso scrive:

        Mumble🙂

        Allora io quando leggo una storia mi immagino tutti i contorni della stessa, ecco perché per un po’ mi è venuta la voglia di scrivere la storia di Carmelina, magari solo abbozzata, ma avevo voglia di sapere come andava a finire, cosa c’era oltre.
        A questo punto non so dirti se è merito tuo che mi hai suscitato, appunto non scrivendole o passandole via veloce, la voglia di conoscere il resto oppure è merito della mia curiosità di lettore/scrittore (va be’ nel senso che scrivo) compulsivo.
        Resta il fatto che la storia di Carmelina sta prendendo forma nella mia testa e che ha fatto il classico ma poi non ha potuto continuare perché ha conosciuto uno e l’ha seguito da qualche parte e poi si adesso lavora per sta matta che è maniaca fino alla nausea però è facile da accontentare perché ha poca roba per casa e poi anche le sue piccole manie cromatiche, Carmelina di diverte a metterle fuori posto per vedere se se ne accorge o no, per ora siamo 2 a 2 e….
        Sta prendendo forma.
        Ecco allora il merito sta nell’aver abbozzato un mondo, per monodimensionale che sia è però un modo tutto da scoprire.
        E allora gli spazi tra le parole.

      • llmezzanottell scrive:

        Grazie Marchito, bello ciò che mi dici, allora…..ti passo volentieri la palla! Carmelina può resuscitare, perchè ciò che volevo dare ad intendere nel finale è che la povera donna morisse nell’ascensore tra panico e mancanza di ossigeno. Ora mi fai pensare che molti racconti li ho conclusi così, ambiguamente , ma in merito a questo, ed ora parlo in generale, me ne darai atto : dare ad intendere è molto più intrigante che dire😀 O no?

      • attraverso scrive:

        E poi nessuno è mai morto in ascensore per mancanza di ossigeno e una Carmelina che fa la donna delle pulizie non può avere una crisi di panico, quella è roba da ricchi i poveri non hanno tempo per le crisi di panico. Può aver paura, fame, sete. Una che fa le pulizie… naaaa.
        Le urla erano di incazzatura che poi magari le saltava il servizio delle 13.00 da quella vecchina completamente rintronata ma così simpatica e sopratutto ricca e che dio la tenga in vita per i prossimi cento anni.

      • llmezzanottell scrive:

        E vabè ragazzi, che dirvi….è stato un tentativo, ed ho toppato! Mi rifarò la prossima volta. La mancanza di ossigeno, ecco….io che ho la fobia per gli insetti, vi assicuro che quando ne sono a contatto ravvicinato, mi manca spesso l’aria, non riesco a respirare per il panico….vi assicuro che ci si può pure morire. Grazie di tutto😀

    • margotcroce scrive:

      Non conosco dardebat e non ho letto niente di lui ma non capisco perché si dovrebbe opinare su un’opera letteraria esulando dalla sua natura stessa di opera letteraria, inquadrandola sotto opera d’ingegno o di architettura…
      Fermo restando che i parallelismi vanno bene e possono essere un valore aggiunto quando restano tali, i punti di vista da cui guardare il racconto di Midy possono essere infiniti…
      perché non guardiamo il racconto dal punto di vista dei rapporti di forza sociale, Carmelina è una donna delle pulizie e la protagonista è una datrice di lavoro, ha pagato i contributi o lavora in nero? Oppure dal punto di vista psicanalitico… un rapporto tra donne potrebbe essere la proiezione dell’ombra materna e lasciare Carmelina in ascensore una sorta di rivalsa nei confronti di una madre odiata… oppure dal punto di vista mitologico l’ordine è una metafora dell’ordine creatore e Carmelina è il demone del caos che interviene a turbare la perfezione dell’universo.. oppure dal punto di vista religioso, Carmelina è l’agnello sacrificale e la protagonista incarna il male.. opure dal punto di vista matematico… se Carmelina resta chiusa in ascensore per tot ore, e l’ascensore ha tot dimensionie, quanto ossigeno ha a disposizione Carmelina? Oppure filosofico…data le tesi che l’ordine ha una valenza di pulizia interiore e l’antitesi che il disordine è malessere interiore, chi è condannabile, Carmelina o la voce narrante? .. potrei continuare all’infinito

      Con dardebat sono d’accordo solo sull’ultimo punto, inquadrato però sempre nel genere letterario fantastico, ovvero che lo spazio è il terzo protagonista, ma questo non toglie nulla al racconto, semmai lo aggiunge

      • llmezzanottell scrive:

        Ecco Darby, come già ti avevo detto in privato, era più che opportuno scrivere il tuo punto di vista qui, dal momento che ritenevo fosse interessante per tutti. In particolare, se vuoi, il tuo secondo giudizio che mi hai dato in privato, dovresti riportarlo qui,che come ti ho già detto, è per me il reale luogo deputato alle discussioni sui testi. Ovvio che se Darby ha dato il parere da progettista, come progettista sono anchìio, Margot giustamente solleva osservazioni dal punto di vista sociale e psicologico, altrettanto valide.

  11. lucidamente delirante in tutta la sua impeccabile nevrosi. complimenti

    • llmezzanottell scrive:

      Grazie Francine, smack!

      • margotcroce scrive:

        non capisco attraverso…se lui vuole scrivere la storia di carmelina la scrivesse, la tua è perfetta così.. e poi che vuol dire che nessuno muore in ascensore per mancanza d’aria? dipende dai giorni che ci deve stare e poi potrebbe morire di fame e di sete
        inoltre quando mai si è visto che in un racconto fantastico ci sia una disamina scientifica applicata? attraverso vuole chiamare i ris?
        quando un’atmosfera è perfetta certi commenti sminuiscono la scrittura
        con attraverso mi sono sempre trovata in disaccardo e continuo ad esserlo, trovo proprio che un atteggiamento così depauperante e un’ironia forzatamente applicata siano decisamente fuori luogo

      • attraverso scrive:

        Non arrabbiarti Margot, era pura accademia.
        Ho misurato la validità del racconto in base a ciò che mi aveva lasciato, e quello che mi aveva lasciato era la voglia di scrivere di Carmelina, e non mi pare poco.
        Poi avevamo cominciato a chiacchierare del bene e del male di quel racconto. E in ultima analisi ci sta anche che in ascensore non si muore di mancanza di ossigeno ma non era detto come critica ma semplicemente come preambolo alla Carmelina prossima ventura, se mai ci sarà.

  12. llmezzanottell scrive:

    No Marco, l’avventura di Carmelina finisce qui, anche perchè il finale di questo racconto, proprio così comìè l’ho voluto fortemente. Certo se tu volessi scriverne, per me sarebbe molto divertente, anche perchè sarebbe comunque il tuo racconto e non il mio. Sarebbe un altro racconto, e certo trovo positivissimo che qualcosa abbia ispirato. Io sono quindi, davvero molto soddisfatta del fatto che abbia suscitato interesse e stimolo alla discussione. Discussione che sarebbe auspicabile per tutti i testi, e fortemente auspicata anche da TCWK, dal momento che non siamo qui per sbocconcellare pasticcini di poesia e prenderci il the delle 5 tutti insieme. Quello lo lasciamo ad altri luoghi. Dunque ben vengano le osservazioni di Margot, che non vedo affatto incazzature, tutt’altro: è un parlare costruttivo e logico della struttura di un racconto e di ciò che può trasmettere. Per chi scrive, penso che sia il top riflettere e discutere su questo con chi ha letto.

    • margotcroce scrive:

      mi hai preceduto Bianca… volevo proprio dire ad attraverso che non sono affatto incazzata, perchè dovrei?
      io ho un modo “passionale” di esprimermi e può sembrare a volte veemente,,, ma ti assicuro che è solo quando credo fermamente in qualcosa e il racconto di Bianca per me è davvero pregevole

      …la tua carmelina aspettiamo di leggerla😉 simpaticamente in disaccardo

  13. darbedat scrive:

    Bianca, come chiedi, ecco il mio secondo intervento. Questo intervento risponde in parte a margot, ma qui vorrei ulteriormente precisare:
    1 – ogni opere prima di essere un opera d’arte, o un oggetto qualsiasi è opera di ingegno che ha come obiettivo dare una risposta. La risposta agendo soddisfa un bisogno. che la risposta sia poesia, pittura, architettura, un piatto di lenticchie riguarda il contenuto e lo specifico che ognuno agisce secondo la propria formazione. Comunque , e indipendentemente da ciò che si vuole esprimere( allegria, ossessione, morale…)l’obbiettivo dell’opera é e resta “agire una risposta”.
    2- altro é l’interpretazione o la critica letteraria. Le letture che si possono fare sono tante quante le persone che vengono in contatto con quella risposta, che agendola, soddisfano un proprio bisogno ( bisogno del lettore ) e non il bisogno del l’autore.
    3 – nei miei commenti non dico che il brano é scritto male o impreciso nei suoi contenuti/messaggi, questo lo potrei dire se ne facessi una critica letteraria o psicologica , affermo semplicemente che é difficile per un lettore fare agire la risposta che vi è contenuta:se ho sete , berrò un bicchiere d’acqua, non farò un bagno.
    ——-
    secondo intervento

    scusa Bianca, ma sono io che non riesco a espormi in pubblico se il ragionamento si spinge in profondita. le cose che ti dico nn sono osservazioni critiche, io sono un progettista e come tale progetto e trasformo, dunque, nel fare ciò devo esporre un lato sensibile che non può essere pubblico.

    non c’é nulla nel tuo testo che non sia bene. e forse tu, lo hai affermato nella replica, se ho capito bene, hai voluto proprio comunicare lo stato di ‘tutto pieno’, l’horror vacui che é sotteso da comportamenti ossessivi. Se é così, l’obbiettivo lo hai centrato. ma la risposta non conduce mai alla totale soluzione del problema, si ferma prima, e dunque a mio avviso il tuo testo sembra lasciare un po troppo ‘prima’ il lettore
    Se anche fosse l’ossessione, che volevi mostrare , e non altro, se é questo , come dici, che volevi comunicare, non manca. ma é troppo e troppo riferibile a un tuo bisogno e non al bisogno del fruitore. Dunque tu sei quella ossessione, tu sei le due protagoniste, e nel leggere si passa da un personaggio all’altro sicuri che sia tu stessa, e cio non mi permette di vedere nella totalità; e permettimi potrebbero non interessare al lettore la risoluzione analitica delle ossessioni dell’autore… la conseguenza di cio che ci troviamo cosi tutti ossessivamente in quel troppo pieno che hai creato. ed é cosi ossessivo , e il fruitore é cosi invischiato e inglobato, ‘dentro’ da non vedere, come succede per le grandi scritte nelle carte geografiche, non si vedono mai , al pari di quelle molto piccole.. I ‘vuoti di cui parlo io non sono finestre ma proprio vuoti, come in una spugna dove io posso entrare ma ne devo anche uscire proprio come in una spugna.e questi vuoti non devono essere occupati da te/autore

    I personaggi devono essere minimo tre, per triangolare la posizione. se non delinei precisamente il terzo, questo diventa il fruitore e questo é pericoloso. Crea pure i tuoi stati d’animo, le tue empatie, crea deviazion e ossessioni, ma permetti al fruitore sia di vedere tutto e chiaramente, ma anche di muoversi e di uscire come liquido in una spugna. E il liquido come sai non ha forme, si modella per mezzo di impronte. Lavora su queste e vedrai che quella ossessione diventerà ancora più interessante
    prova a ascoltare l’opera 110 di Beethoven e cerva di capire dove sono i suoni e dove i vuoti che ti invitano a entrare.

    quando insegno progettazione la prima cosa che chiedo é: sapete perché un oggetto é utile e un’altro é spreco pur essendo progettato dallo stesso progettista?…quasi tutti parlano di bellezza, i pochi rimasti di utilità. invece la ragione é una sola: l’oggetto utile attiva relazioni , consente l’uso attraverso il vuoto che ha interno a se, l’altro autereferenziale può solo mostrarsi. Ora il tuo lavoro non può solo mostrarsi, le parole esistono se qualcuno le legge, allora all’interno ci devono essere strade per il fluire dei suoni.
    ra
    scusa ancora, e scusa i refusi

    • llmezzanottell scrive:

      Rido anch’io…tu ti contraddici, ma non ne sei cosciente.Da quello che dici, il mio racconto è brutto, sghembo, storto, sempliciotto, ingenuo. Sia. Ditelo senza giri di parole, poichè è noto al pubblico che non sono una donna dalle estreme pose. Dovresti sapere meglio di me Ra , che esistono sistemi per loro natura indeterminati. Questo è uno di quelli. Spieghiamo anche a chi tecnico non è, che fare una triangolazione, è nella tecnica del rilievo e in topografia , un metodo per ottenere un disegno accurato , la misura e riproduzione più fedele possibile dello spazio misurato. Eppure, per quanto si cerchi di estrarre il pelucchio dall’uovo, è impossibile annullare l’errore. Un pò perchè lo strumento lo contiene di default dalla costruzione, un pò perchè anche l’uomo non è strumento perfetto.

  14. margotcroce scrive:

    non credo che dardebat intenda dire che tu hai scritto un brutto racconto, Bianca, la sua premessa, ovvero il lettore agisce un bisogno attraverso la formulazione di una risposta che scaturisce dall’agendo della narrazione è decisamente corretta, non lo vedo però come unico obiettivo delle opere che lui chiama d’ingegno.

    il tuo pensiero, per altro interessante ed originale, dardebat, ha, a mio parere, il limite di porsi attraverso la lente di una pratica professionalmente deformante e di generalizzare la risposta del lettore nella direzione che tu dici, che non è l’unica.

    ribadisco, nuovamente, la necessità di rimanere in un ambito squisitamente letterario come chiave di lettura, in tal senso il bisogno del lettore viene esaudito pienamente, la risposta è la sospensione amoralistica lo “spazio” in cui il lettore può agire il suo bisogno di inseririrsi nella scena, è l’interrogativo che l’autrice lascia sull’inquietante comportamento della voce narrante ed il finale che è, allo stesso tempo, preordinato ma non detto
    ed infatti i commenti si sono incanalati in quella direzione…

    poichè la tua risposta è articolata e complessa, dardebat, provo a scinderla per riuscire a sanare il mio bisogno di lettrice (tanto per rimanere in tema) sulla parte da te identificata e che più mi attrare, lo spazio, il luogo, la location, come terzo protagonista… non è facile creare una ambientazione “liquida” e pregnante dove il lettore possa spalmarsi e imbersi come una spugna, dove possa creare un punto di osservazione ed agire l’agito del racconto…

    conosco un solo autore che riesce a cimentarsi in questa ardua impresa, Haruki Murakami..nei suoi romanzi effettivamente il lettore rimane “intrappolato” dentro lo spazio che lui descrive e da lì osserva

    mi riservo di rileggere il tuo commento, dardebat, per coglierne meglio i passaggi di faticoso destreggio

  15. darbedat scrive:

    cito margot:
    “non credo che dardebat intenda dire che tu hai scritto un brutto racconto, Bianca, la sua premessa, ovvero il lettore agisce un bisogno attraverso la formulazione di una risposta che scaturisce dall’agendo della narrazione è decisamente corretta, non lo vedo però come unico obiettivo delle opere che lui chiama d’ingegno.”

    cito tutta la frase per maggiore chiarezza, ma prenderò in esame solo l’ultima parte: non lo vedo però come unico obiettivo delle opere che lui chiama d’ingegno.
    “Opera di ingegno” é da intendersi ogni trasformazione determinata da un azione. é il movimento che iniziato a causa di una rottura della simmetria e si conclude con una nuova simmetria. questo movimento agisce “contenuti”, e ogni contenuto segna il suo obbiettivo. ogni contenuto coinvolto, come in un albero, attiva sotto obbiettivi fino a quando la risposta agente non esaurisce al sua carica di energia. in realtà un po di carica, rimane, ma non é più sufficiente per fare agire la risposta.
    da ciò deduco, che la prima cosa in una trasformazione sarà accertare il punto in cui si é e si vuole agire cosi da individuare il campo di obbiettivi che stando in quella posizione si può attivare.. (cio servirà all’autore per individuare le possibili posizioni di interferenza contenutistica: maggiore sarà il loro numero, più efficace sarà l’azione della/e risposta/e) Quindi é vero che non é l’unico obiettivo ma é l’unico che farà agire il sistema operativo che permetterà gli altri obiettivi e sotto obiettivi di attuarsi. é, come dire per prendere una porzione di un qualsiasi liquido ho bisogno di un contenitore che gli dia forma , poi a secondo del liquido (ecco che i contenuti incominciano a affacciarsi) dovrò tenere conto non solo della forma del recipiente e del materiale , ma anche delle precauzioni che dovrò adottare nel prendere il liquido che mi serve.
    non é in contraddizione, dunque, la mia affermazione; solo che é riferita a un punto particolare del sistema.

    ps.un grazie a Bianca per aver insistito…e un grazie a tutti per la pazienza
    ma anche comprensione per la mia disgraffia

  16. margotcroce scrive:

    ohpssss… mi rendo conto adesso che ho sempre scritto il tuo nick con le sillabe posposte..darbedat… ti chiedo scusa,,, ma il suono di esso mi si intreccia sulle labbra e si altera allo sguardo

  17. margotcroce scrive:

    questo concetto sintropico che esprimi mi trova d’accordo…ma il suo piano d’ingegno è talmente ampio che potrebbe rappresentare la vita di ognuno

    applicato sul piano della scrittura è davvero affascinante, ma la sua realizzazione è possibile solo se il concetto è interiorizzato, altrimenti diventa tutto così faticoso da esaurire l’energia dell’artefice prima del compimento dell’opera.

  18. maredinotte scrive:

    dopo 40 e più commenti che non ce la farò mai a leggere, dico solo che per me, focalizzare l’attenzione su testi lunghi visualizzati su un monitor è davvero difficile, eppure questo l’ho letto tutto e senza stancarmi/annoiarmi.
    Senza voler entrare nei risvolti socio/psicologici del testo (del quale si avverte palesemente l’intento) voglio dire che per me è stata una lettura divertente… forse è superficiale da parte mia, ma ho sghignazzato parecchio di fronte alle manie della nostra amica paranoica, un po’ come ridere alla scena di qualcuno che scivola per strada. è automatico, istintivo.
    nessun senso di claustrofobia, se non quello che si avverte necessariamente entrando in un ambiente asettico, talmente perfetto, pulito e ordinato da farti desiderare la fuga.
    voglio dire, in pratica, che secondo me raggiunge lo scopo.

    • margotcroce scrive:

      è il sorriso del paradosso…un’altra chiave di lettura. ogni lettore ne ha una

      • maredinotte scrive:

        esattamente, margot!🙂
        e da notare dunque il parallelismo: la povera carmelina muore proprio soffocata, in preda ad un attacco di claustrofobia.
        tutto, in questo racconto, si racchiude in una gabbia di vetro (perchè anche l’ascensore me lo immagino tutto di vetro) all’apparenza invisibile, che dovrebbe infondere un senso di spontaneità e libertà, di trasparenza, e che invece si dimostra mortale.
        è un racconto circolare, in questo senso, ma non poteva essere altrimenti, a mio parere.

  19. margotcroce scrive:

    io, mare, il paradosso lo vedo nell’atteggiamento della voce narrante che, nella sua doviziosa ossessione per il puntiglio, scatena reazioni opposte all’ordine verso il quale ambisce e perde il controllo non solo della sua casa ma della sua vita..
    l’ascensore di vetro è una tua proiezione di lettore…come direbbe darbedat, la tua risposta all’agito

    poi lascio a mezzanotte, che è l’autrice, il compito di seguire il suo frutto creativo…
    voglio solo sottolineare, se ce ne fosse bisogno, come l’arte prenda una strada propria aldilà dell’autore

  20. llmezzanottell scrive:

    😀😀😀 Siete adorabili. I vostri commenti tutti, ma proprio tutti, mi sono piaciuti tantissimo. Ma nessuno si è accorto del passaggio fondamentale, in cui io mi piglio per i fondelli da sola ? La protagonista che cade e si spezza un braccio proprio perchè scivola sul pavimento troppo lucido?😀 Grazie a tutti, e saluto in particolare Mare, nuova autrice.

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