La notte in cui il rock è morto

Pubblicato: 30 gennaio 2012 da emandelli in scrittura

Febbraio del 1959 non viene ricordato per molti avvenimenti. In Italia viene varato il governo Segni, il 13 febbraio inizia la commercializzazione della Barbie. Ma il 3 febbraio del 1959 in America si incrociano due storie diversissime. Mason city è un paesotto perso in mezzo alla sterminata pianura dello Iowa. Trentamila abitanti, due highway che tagliano la cittadina in 4: la 35 e la 90. Se percorri la 90 da est a ovest per un giorno e 3 ore arrivi a Seattle, la città di Jimy Hendrix e dei Nirvana. Se percorri la 35 da sud a nord in poche ore vai dritto in Canada, nell’Ontario. Per andare a New York invece tocca fare 1.158 miglia. Però prima di prendere la 80 e tirare dritto per la Big Apple bisogna scendere a Davenport, nell’Illinois. Da qui è tutta una sparata che sfiora Chicago e Cleeveland. Mason City è esattamente a metà tra Seattle e New York. Qui il mare lo si immagina solamente, tocca guidare 24 ore per andare sia sulla costa est che sulla costa ovest. Più di 40 anni prima che nascesse il grunge a Seattle, più o meno nelle stesse ore in cui a New York nasceva il jazz moderno a Mason City moriva il rock. Agli americani, si sa, piace esagerare. L’idea di uccidere in culla una creaturina fragile che era nata pochi anni prima stuzzicò i cronisti di Mason City e poi di tutta la nazione a partire dalla mattina del 3 febbraio del 1959.

Neve, neve e ancora neve. Lo Iowa è piatto e fa freddo d’inverno come d’estate fa caldo. Il 29° stato degli Usa non è esattamente il posto migliore dove vivere. La sua capitale, Des Moines, che tradotto vuol dire la città dei monaci, è il posto al mondo dove c’è la più alta concentrazione naturale di Radon, un gas radioattivo sprigionato dalle rocce dell’era glaciale, rocce su cui lo stato poggia. A Des Moines cadono in media 922 millimetri di neve all’anno, quasi tutta nel giro di pochi giorni, e le case devono essere costruite per resistere a grandi pesi e al Radon. Allo Iowa hanno dedicato un disco gli Slipknot, nu-metal martellante e tribale, da fastidio viscerale. Neve, neve, neve, la mattina del 3 febbraio del 1959. Fa freddo a Mason City e fa freddo anche a New York, ma la concezione di freddo cambia in base a quello che ti ritrovi attorno. La vita da una parte il nulla dall’altra. Neve, neve, neve e in mezzo ai cumuli bianchi i resti di un Beechcraft Bonanza schiantato al suolo. Il Beechcraft Bonanza è l’aero più diffuso al mondo. Dal 1947 ne sono stati costruiti 17 mila esemplari. Nel 1959 era un bello scatolino lucente che collegava con voli privati i posti più buco del culo degli States. Come Mason City nello Iowa e Moorhead nel Minnesota. Il Beechcraft Bonanza è la mano armata che ha ucciso il rock. Lo ha ucciso nel bel mezzo di un viaggio allucinante, di un cattivo trip. Ma il 3 febbraio del 1959 trip non era ancora una parola usata in tutto il mondo ed in tutte le lingue per indicare un viaggio allucinatorio. Tripp è però un cognome abbastanza diffuso in Usa. Non eccessivamente a New York. Attualmente sulla Phonebook della grande mela risultano 17 Tripp. Un granello di sabbia in mezzo agli oltre otto milioni di abitanti, basti pensare che a New York ci sono più Ferrari che Tripp, 26 a 17. E di Mandelli ce ne sono 3. Tra i 17 Tripp di New York c’è un Peter. Abita al 311 della 71esima strada, a pochi metri dal Central Park. Il nostro Peter Tripp invece adesso, il 3 febbraio del 1959, non è poi così distante da dove vive il Peter Tripp odierno. E’ in una vetrina su Times Square, a 2 miglia e mezzo dalla 71 esima strada. Un nulla a New York, a Mason City invece percorreresti la città avanti e indietro 3 volte.

Per andare da un posto all’altro si va dritti fino a Sutton Place, virata di 90 gradi sulla quinta strada, dritto fino ad incrociare la settima e poi giù fino all’imbocco di Times Square. A passo spedito in mezz’ora abbondante ce la si può fare. Jack, il direttore della radio, arriva a Times Square alle 10.10 del 3 febbraio del 1959. Il nostro Peter Tripp giace a terra, svenuto o forse morto. Attorno medici e curiosi. Un grosso orologio al quarzo con led, una novità per il 1959, riporta un numero: 201.10, è fermo. Jack guarda Peter a terra soccorso dai medici e poi il grosso tabellone luminoso. Ne è attratto come una falena dalla luce. I primo orologi da polso a batteria risalgono solo a due anni prima, prodotti dalla Hamilton Watch Company, in Pennsylvania. Il quarzo invece è stato utilizzato sin dal 1928, anche se la prima applicazione è avvenuta nell’osservatorio di Greenwich nel 1939. Il primo orologio con display a led entrerà in commercio solo nel 1971. Quella grande scritta rossa che lampeggia e Peter a terra, svenuto o forse morto, paralizzano Jack, lo sapeva che sarebbe finita male.

Peter Tripp è svenuto, o forse morto e a 1.158 miglia di qui si sta scoprendo che il rock è morto, o forse svenuto. Non possono esserci tre persone più diverse di Charles, Jiles e Richard. Il primo è un ragazzino texano. Ha 23 anni ma è già un’icona del rock’n’roll. Ha inciso tre dischi con il nome d’arte di Buddy Holly. Occhialoni enormi e sorrisone da americano felice. Jiles Perry Richardson è anche lui texano, ha 29 anni, un vecchietto. Esuberante e ridanciano, un po’ sovrappeso, il suo nome d’arte è The Big Bopper, sembra più vecchio della sua età. Richard Steven Valenzuela ha 17 anni, è nato a Pacoima, un sobborgo povero di Los Angeles, da immigrati messicani, il suo nome d’arte è Ritchie Valens, sembra destinato a diventare la nuova stella del rock con influenze TexMex. Come sia che i tre siano finiti, la notte del 2 febbraio del 1959, a bordo di un Beechcraft Bonanza pilotato dal giovane ed inesperto pilota Roger Peterson è una storia da raccontare. Una storia che parte dalla Surf Ballroom di Clear Lake, una delle tante sale da ballo del midwest dove i tre giovani musicisti si stanno esibendo, in questo freddo scorcio del 1959, in un tour chiamato senza troppa fantasia Winter Dance Party. Una sfacchinata di decine di concerti in ventiquattro città previsto dal 23 gennaio al 15 febbraio del 1959. Tutti a bordo di un pullman senza riscaldamento a percorrere distanze siderali nel nulla del nord degli States. L’inverno del 1959 è un inverno freddissimo. Il batterista di Buddy Holly, Carl Bunch, quasi ci lasciò le gambe per assideramento durante un trasferimento da un luogo all’altro. La carovana del tour non avrebbe neppure dovuto essere nello Iowa, la data di Clear Lake non era prevista, ma visto che c’era un buco libero tra un concerto e l’altro si organizzò al volo la serata della Surf Ballroom. Il giorno dopo la carovana avrebbe dovuto esibirsi a Moorhead, nel Minnesota. Un altro buco di culo del mondo a due passi da Fargo, la città resa celebre dai Fratelli Cohen nell’omonimo film. Una tirata di 363 miglia sulla 94, passando per Minneapolis, in pullman volevano dire almeno 8 ore di freddo nel buio innevato per arrivare in un posto che si trova all’incrocio di tre stati: Minnesota, South Dakota e North Dakota.

“Non ho neppure un fottuto paio di mutande pulite da mettere dopo il concerto” Buddy era imbestialito come nessuno lo aveva mai visto, “e in sto buco di culo freddo non c’è neppure una lavanderia aperta. In Minnesota ci vado in aereo. Affitto da me un charter”.

Un attimo, una telefonata, e la Flying Service di Mason city mette a disposizione della stellina del rock un volo: spesa totale 104 dollari, passeggeri massimi 3. Con Holly sarebbe dovuto partire il suo bassista Waylon Jennings, ma il ventiduenne di Littlesfild cedette il posto a Big Bopper, che risentiva dei postumi di un’influenza e voleva arrivare presto per riposare un po’. “Possano congelarti le chiappe”, Buddy apostrofò così Waylon quando seppe che sarebbe rimasto in pullman, “schiantati fighetto”, profetizzò Waylon. Il terzo che avrebbe dovuto salire sull’aereo era Tommy Allsup, un altro musicista di Holly. Ma il giovane Ritchie Valens non aveva mai volato e voleva provare questa ebbrezza. I due si giocarono con una monetina il posto in aereo, vinse Ritchie. Così Waylon poté vivere per scrivere la sigla di Hazzard e Tommy poté tornare a Tulsa nell’Oklahoma, dove ancora vive e suona.

Il 3 febbraio del 1959 Peter Tripp ha 33 anni. Ne vivrà altri 41. Perché dividiamo la vita di Peter in due? Non perché il 3 febbraio del 1959 a Mason City il rock muore, a Peter Tripp dei casinari del rock non frega nulla, lui ama il jazz. Ancora non ha avuto modo di ascoltare Kind of blue di Miles Davies, il trombettista lo sta registrando proprio in queste ore inventando il jazz modale. La vita di Peter Tripp ha iniziato a cambiare 12.610 minuti fa, a mezzogiorno del 26 gennaio del 1959. Peter Tripp è un disc jockey, non immaginatelo ad urlare mille parole al minuto mixando dischi. I disc jockey nel 1959 erano placidi signori che se ne stavano dietro ad un microfono, rispondevano a qualche telefonata, mettendo dischi che facevano sentire dall’inizio alla fine raccontando qualche aneddoto, come oggi direte, sì ma a mille all’ora meno di velocità. Peter Tripp ha però il cervello veloce. Quando incontra Jack Donaway, il direttore della WMGM, la radio per cui Peter lavora, la mattina del 10 gennaio del 1959 ha in mente un’idea meravigliosa. Peter è un insonne cronico, spesso trasmette di notte. Ha in mente di mettere a frutto la sua terribile insonnia per creare l’evento: “una cosa facile, mettiamo la regia in vista su Times Square, nell’atrio della radio, e trasmetto in diretta no-stop finché ce la faccio. Avrai un ritorno di immagine pazzesco, mi basta andare oltre le 100 ore per essere sul Guinness dei primati”. Jack lo guarda perplesso, Peter non è nuovo ad idee strane, una volta voleva trasmettere dalla gabbia del leone dello zoo di Central park. Questa gli sembra meno pericolosa. Forse si può fare e davvero avere un po’ di ritorno pubblicitario gratis per la radio, “organizzati e fallo, mi va bene”, che male poteva fare?

Nel 1950 alcuni soldati americani che avevano combattuto in Corea confessarono di aver commesso crimini di guerra, confessione estorta dai coreani con la tecnica della privazione del sonno. Richard Schwab, direttore medico del Centro di privazione del sonno della University of Pennsylvania, afferma che la privazione del sonno, anche per una sola notte, può alterare il giudizio, i tempi di reazione e il potere decisionale. A Prince George, nel Maryland, con 80 ore di interrogatorio hanno ottenuto tutte le confessioni che servivano in alcuni casi di omicidio. Una rara malattia neurologica fa produrre delle proteine che impediscono di dormire. I pazienti muoiono per privazione del sonno,
quando muoiono dimostrano molti più anni di quelli che hanno. Insomma qualche rischio c’è… “A volte, quando non riesco a dormire, penso a Peter Tripp” scrive sul suo blog Thomas Bartlett giornalista del New York Times, oltre 50 anni dopo la storia di Peter Tripp emerge dalle pieghe della rete. Nessuno ci ha mai fatto un film, anche se sarebbe una storia perfetta, “per un insonne come me l’idea di rinunciare intenzionalmente al sonno, il poco che mi coglie, pare un’idea davvero perversa. Se dormo meno del solito divento ottuso e irritabile, stupido e cattivo”. La privazione del sonno, dopotutto, è una delle armi psicologiche più inumane messe in atto nelle prigioni di guerra. Il soprannome di Peter era: il ragazzo riccio in terza fila, perfetto per dipingere un ragazzo tranquillo e tutto sommato anonimo. Ma Peter non era anonimo e tranquillo per nulla: Pepsi cola e sigarette a colazione, una buona dose di fiuto per i nuovi talenti, e molte più donne di quanto si potesse supporre. Peter versus Peter, recitava il cartellone pubblicitario su Times Square, e sotto un tabellone luminoso con un conto alla rovescia e la postazione da cui Peter avrebbe trasmesso, fino a svenire. La battaglia di Peter contro se stesso avrebbe appassionato New York per giorni interi, tanto da distrarla dal fatto che a Mason City il rock stava per morire.

Il 3 febbraio del 1959 è iniziato da un ora. Peter straparla al microfono, i dischi li mettono altri. Da qualche ora ha smesso di rispondere al telefono, ha tolto le scarpe, gli pareva che gli andassero a fuoco i piedi, e non metaforicamente parlando. Da 66 ore prende farmaci stimolanti ed è sotto controllo medico. Sbiascica parole un po’ confuse, fuori in Times Squadre centinaia di persone lo guardano. Sono in tanti ad aspettare che stramazzi al suolo. Si fanno scommesse su quanto durerà ancora l’impresa del dj. A 1.158 miglia da qui un aereo rolla sulla pista. A Mason City ha smesso per un po’ di nevicare. Sulla pista del piccolo aeroporto della città un piccolo aereo della Dwyer Flying Service sta decollando. Il pilota è in contatto con la torre di controllo di Hector, vicino a Fargo, “prevediamo di arrivare lì entro le 2 e 30. Visibilità ridotta, condizioni del tempo mutevoli. Passo e chiudo”. Le luci dell’aereo si allontanano e spariscono presto nel cielo plumbeo e colmo di neve dello Iowa. Alle 3 e 30 il silenzio della torre di controllo dell’aeroporto della piccola cittadina venne interrotto da una voce, “ragazzi qui non abbiamo ancora visto nessuno, sapete quello che è successo? Ci sono problemi? Passo”, alle 9.15 del mattino, mentre Peter sta per stramazzare al suolo, un secondo piccolo aereo decollò per scoprire cosa era successo, cosa tutti già avevano capito fosse successo. Sei miglia a nord-ovest di Mason City, in mezzo ad un campo di mais innevato, c’erano i rottami fumanti dell’aereo che aveva ucciso il rock. E così mentre il proprietario della Surf Ballroom Carroll Anderson identificava i cadaveri di Buddy Holly, Richie Valens e quello di Richardson, che era volato addirittura nel campo adiacente a dove si era schiantato il Beechcraft Bonanza, a New York Jack raccoglieva Peter da terra e chiamava un ambulanza.Il dj era svenuto dopo 201 ore e 10 minuti di astinenza forzata dal sonno.

Maltempo ed inesperienza del pilota. L’inchiesta giudiziaria constatò quello che già si sapeva. Ma nel corso degli anni sullo schianto del Beechcraft Bonanza cominciarono a circolare parecchie leggende metropolitane, una su tutte: Buddy Holly durante il volo si mise a fare lo scemo con una pistola calibro 22, rinvenuta due mesi dopo sul luogo dello schianto, pistola da cui sarebbe partito un colpo accidentale. Il figlio di Richardson nel 2007 fece riesumare il corpo del padre per provare, con un’ulteriore autopsia, questa ipotesi. Ma nulla. Anche l’autopsia del 2007 confermò l’esito di quella precedente: il corpo di Richardson risultava in buono stato di conservazione sebbene presentasse molteplici fratture, tali da confermare la sua morte istantanea. La notte in cui il rock morì è stata raccontata in almeno due film: The Day the Music Died del 1977 di Bert Tenzer e La Bamba, dieci anni dopo, incentrato più sulla figura di Richie Valens. Dopo quel film la sua canzone divenne una hit planetaria grazie alla versione dei Los Lobos. Lo strano caso di Peter Tripp invece, nonostante si presti molto bene al cinema, non è mai diventato un film. Forse perché il record del dj americano è stato battuto quasi subito, forse perché la sua storia, dopo quella folle bravata, prenderà una piega particolare, fatta di problemi fisici e di storie di corruzione. Il suo sorriso sornione svanì dopo 48 ore di astinenza dal sonno per non tornare davvero mai più. Tripp è entrato nella storia prestando il suo cognome al mondo della droga, da allora trip è utilizzato per cattivo viaggio, allucinazione, proprio come quelle che ebbe lui stesso durante la performance: ragni sulle scarpe, un cassetto della scrivania in fiamme, topi e gatti, un uomo delle pompe funebri alla sua sinistra. E poi ancora nebbia, la testa stretta in una morsa.

Gli studi sulla privazione del sonno arrivavano ad esperimenti della durata di 100 ore. Tripp è andato oltre, più del doppio, di 101 ore e 10 minuti. Un record durato pochi giorni, battuto da Dave Hunter a Jacksonville e poi battuto di nuovo altre decine di volte. Nel 1964 l’adolescente di San Diego Randy Gardner aveva già portato la soglia a 260 ore, 11 giorni e 18 ore passate a giocare a basket, girare per le strade di San Diego e ascoltare musica. Un record comprovato dal ricercatore William Dement, un nome una garanzia. In più Gardner lo aveva battuto senza assumere stimolati come invece Tripp aveva fatto. Se il rock è morto il 3 febbraio del 1959 Peter Tripp è morto il 31 gennaio del 2000. Gli ultimi 40 anni della sua vita li passò non tanto a raccontare del record ma a difendersi dall’accusa di aver preso una stecca di 36 mila e 500 dollari dalle case discografiche per mettere in onda i successi del momento. I dischi che Peter fece girare non erano certo tra quelli usciti nel 1959 considerati monumenti della musica: Kind of blue di Miles Davis, Ah Um di Charles Mingus, The Shape of Jazz di Ornette Coleman, Giant Steps di John Coltrane. No, erano successi del momento ora dimenticati che gli costarono un’accusa che gli portò 500 dollari di multa e sei mesi, non scontati, di galera. Un’accusa che però fece passare in secondo piano la sua impresa che non divenne mai un film. Nel 1967 Tripp era già fuori dal mondo della radio, dopo un lungo peregrinare per radio minori sparse qua e la per gli States, la KYA a San Francisco, la KGFJ a Los Angeles, la WOHO a Toledo… Alla fine si mise a fare il rappresentante di strumenti ginnici a Palm Springs. Un lavoro che fece molti più anni dei 20 passati in radio: dalla WEXL di Royal Oak in Michigan, dove aveva iniziato nel 1947 a Toledo. Un ictus l’ha portato via a 73 anni. Dietro di se ha lasciato quattro mogli che lo descrivono come irascibile e scontroso. Eppure prima del record del 1959 era: il ragazzo riccio della terza fila.

commenti
  1. emandelli scrive:

    Sono davvero felice di avere ritrovato The Cats in una nuova forma. Sono felice di essere stato invitato. Ri-esordisco con un racconto inedito in rete, presente solo come ghost trrack sul mio romanzo El Paso… Grazie…

  2. llmezzanottell scrive:

    AZZO ! AZZO! AZZO ! Grandissimo ritorno ! Olè ! Un attimo di pazienza, che vengo a divorarmelo questo racconto !

  3. morfea scrive:

    divorato, hai detto bene mezza:)
    bentornato fra i gatti ema;)

    bellissimo!

  4. attraverso scrive:

    A long, long time ago
    I can still remember how
    That music used to make me smile
    And I knew if I had my chance
    That I could make those people dance
    And maybe they’d be happy for a while
    But February made me shiver
    With every paper I’d deliver
    Bad news on the doorstep
    I couldn’t take one more step
    I can’t remember if I cried
    When I read about his widowed bride
    But something touched me deep inside
    The day the music died(*)

    So, bye, bye Miss American Pie
    Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
    Them good ole boys were drinking whiskey and rye
    Singin’ this’ll be the day that I die
    This’ll be the day that I die

    (American Pie Don McLean 1971)

    Ben Tornato

  5. llmezzanottell scrive:

    Da ieri sai quanto il tuo modo di scrivere mi avesse colpita fin dall’epoca che fu. Lo avresti mai immaginato, nonostante già allora il mio commento a quel tuo mitico racconto fosse stato positivo? Anche questo è pregevole, una forma curatissima, ricca di particolari, fluida e mai rindondante. Negli anni mi sono accorta, anche per mio esercizio quanto davvero sia difficile cimentarsi nella prosa, scegliere il soggetto, incastonarlo con dovizia nodo per nodo, far sì che il lettore arrivi alla fine in un baleno, senza che sia costretto a masticare duro. Rimango colpitissima da questa tua passione come scrittore, lampante direi. E a proposito di questo, ti dirò….mi hai fatto venire voglia di scrivere su Brian Jones, ex Rolling Stones, un personaggio che mi ha sempre affascinata e di cui ho letto tantissimo, di cui pare pure che il suo fan club, stia portando avanti le indagini per la sua misteriosa morte. Ben tornato, e a rileggerti presto !😉 😉

  6. emandelli scrive:

    che bello… le feste ad uno che torna a casa… no non immaginavo di avere colpito ai tempi, si ricordo tanti bei commenti, ma anche tanti commenti duri (ed utilissimi) che mi hanno di certo aitato a spazzare via certi vezzi che facevano parte della mia scrittura 5 anni fa…
    un racconto su brian johnson sarebbe molto bello… ho scritto un libretto intero dedicato alle morti in rock, dal titolo zombi rock. lo stile è diverso da quello di qyesto racconto, spesso il cadavere parla in prima persona… ci ho anche ricavato un reading di lettura con musica che ho portato in giro per un annetto…

  7. llmezzanottell scrive:

    Ema, sai chi dei vecchi mi mancherebbe in un certo senso? Enzo, ovvero barcaiolo, non so come e dove contattarlo, cavolo. Mi piaceva il fatto che se ne strafregasse di tutto e tutti ! Enzoooo, dove sei???😉

  8. emandelli scrive:

    cazzarola… si… dobbiamo cercarlo… poi mi metto a scavare… lanciamo una campagna….

  9. llmezzanottell scrive:

    Io in attesa di risposta ho: Topik, Sistdiast e Il lupo dagli occhi rossi. Però, cavolo, i segnali di fumo per barcaiolo, dobbiamo lanciarli !!

  10. llmezzanottell scrive:

    Ah ecco, ho pure Gothic Lilith in attesa!

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