estetica delle 5 piogge (II) (o dei paradossi di ritorno a stagioni mezze)

Pubblicato: 21 marzo 2008 da The Cats Will Know in scrivere
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estetica delle 5 piogge ( II )

( o dei paradossi di ritorno a stagioni mezze )

 

prima pioggia

 

non ti chiederei di pregare all’ora

quando le bambole che mi stringono il loro peso sui fianchi

sanguinano di respinte concise,

rapide sulle guance, bianche, e sugli occhi,

coi ricci che guardano e ridono, morendo altrove

il mio è il sangue, sulle mani, delle ferite a righe che simpatizzano alla pioggia

righe di polvere o dipendenze filtrate dai venti,

dalle prigioni di stagioni mezze

 

seconda pioggia

 

le chiese d’alluminio mi rubano gli ori,

i sogni cerebrali di ragioni claustrali

non si spogliano le ragazze sulle vie dei faggi,

si scoprono appena le dita, o i lobi per sentire i segreti

mi ridono le tempie, ma la matrice ematica del sorriso non si leva dalle pieghe dei palmi

non ti chiedo di pregare all’ora, vorrei solo discolparti dalle colpe più bambine,

immergerti nell’acqua paradossale della pioggia per ritrovarti pulito,

senza armi nella testa

 

terza pioggia

 

i film che inventano spari al centoquindicesimo minuto

facendo andare in frantumi gli specchi, la notte, e la porta chiusa

della stanza dove dormi senza occhi, la notte,

mi entrano come figli, negli scorci del corpo

e piangono, vittime del tempo,

di queste piogge che si alternano fra lo schermo e fuori,

come amanti rimestate all’ultima delle cene

ancora non ti chiederei di pregare all’ora,

ma di seguirti gli squarci sulla pelle,

geometrici e profumati d’arte

 

quarta pioggia

 

non ti pagherei, adesso, per quei giorni astratti,

le gite dentro i quadri seccate in acquerelli

ti girerei di spalle, per spalmarti

sugli incroci delle vene l’omicidio artefatto, di chi ancora non ho visto,

e proteggo in vetri affumicati

anche se morisse lentamente, il sangue sarebbe ancora il mio

non pregare all’ora, le processioni semi-nude arrossiscono i faggi

e i primi fiori piantati dallo stato, rubati da monadi distratte

 

quinta pioggia

 

ricostruirti il contorno, e lo sfondo,

e i vestiti, o le date appese ai muri come crocifissi suadenti,

non basterebbe a ridarti il sorriso invadente, a risaperti senza velo sugli occhi

la pioggia scende uguale, colonna sonora di documentari di serie b,

e ci bagna anche, come se i cervelli, i nostri, o gli onirismi,

marciassero ancora alla pari

gli alberi ci eleggono martiri di satire ancora a venire

siamo ancora aggrappati, grucce alle nuvole,

ma non ti chiederò di pregare all’ora,

avrò solo le mani guarite, quando ti vedrò passare sulla via dei faggi,

sotto la pioggia

 

CB ( Nablu )

commenti
  1. parolaia scrive:

    “stagioni mezze”, già… come dire le profondità annidate nella superficie del luogo comune.🙂
    della prima pioggia mi colpisce “respinte concise” per cui sanguini ferite tra le righe. un incipit dolente di lacrime e d’anestesie stupefacenti (laddove le parole sono polvere bianca, che la pioggia slava).
    la seconda pioggia conchiude il dolore in compluvi auricolari, stipando d’acqua il cranio e sorridendo maschere di fuori che evocano colpi d’arma da fuoco (a sparare le tempie ridenti).
    la terza, *bang*, lamenta il troppo tardi delle vittime del tempo (spettacoloso quell’entrare scorci, che mi sub-limina financo “scorri”), in un ultimo autolesionismo d’autore.
    quattro. “pregherei” vira in “pagherei”, e il dazio sono le mille delusioni d’una vita che sicaria (morso tua, vita mea…): è possibile scoprirsi mandanti del proprio omicidio? chissà
    cinque. laddove mi attendevo che *chiedessi di pregassi*, invece, per coerenza, c’è un loop ululante in cui la guarigione avviene solo all’esterno (contorno, sfondo, vestiti, mani), ma non basta. gli scara-faggi aleggiano senza via di scampo negli anfratti bui del cranio, e le mani, beffardamente guarite, sono forse strumenti di nuovo perfettamente funzionanti, destinati a perpetuare un male ulteriore.
    d’altro canto, pregare non serve, chiunque e comunque fosse (all’ora o ad’esso). tanto le fosse sono piene (di sé condizionali).
    ottima.

  2. QueridaBonfa scrive:

    Mi è piaciuto molto, come hai fatto piovere . Ogni tanto qualche angolo oscuro, ma la poesia non deve essere limpida. Un abbraccio.

  3. Ellerslie scrive:

    Un abbraccio Cri (è l’originale o l’hai modificata?)

  4. Nablu scrive:

    Parolaio, che dire, tornare dopo tanto tempo a postare qualcosa qui, e vederti immutatamente attivo, agguerrito, e prontamente “piovoso” è una soddisfazione, nonchè un sollievo.
    Che piova, o ci sia il sole, riesci ad immedesimarti come niente fosse nelle parole altrui, all’ora, come ad’esso! Menicompliments.

    QueridaBonfa, grazie mille per la lettura. Curiosa di leggerti.

    Eller, un abbraccio a te.
    Quest’estetica delle 5 piogge è un testo diverso e indipendente dall’altro.
    Li accomunano una sorta di gioco di specchi, il quale riflette situazioni mutate dal tempo, che si riflettono e rievocano sulla stesse strade, modificate leggermente nei contorni: dalla natura, dall’atmosdera, o conseguenze impastate ormai nell’essere.
    Come dire, la pioggia non può mai bagnare allo stesso modo, anche se esteticamente scende sempre uguale a se stessa e noi sappiamo far piovere come se ne scrivessimo con gli occhi.

  5. Ellerslie scrive:

    Non so se mi abbaglio ma mi sembra che ci siano degli accenti più diretti e chiaramente etero rivolti rispetto alle bellissime piogge precedenti. Un senso di quasi accusa che permea tutte le partiture ma che si sente, particolarmente, nella quarta.
    Ci sono, come tuo solito, molti momenti sublimi (a partire dall’idea e dalle chiese che rubano gli ori).
    Complimenti per l’ennesima volta.

  6. taughtbythirst scrive:

    Da profondo sostenitore del verso lungo, di te, della bellezza complicata (ma non fatta belletto), di certe scorie coriacee nel sangue a sporcare i sensi di malinconia, non posso che capitolare, subito.
    E allora che resta da dire?
    Forse qualche perfettibilità nel lessico, qua e là (i sogni cerebrali, per esempio, li sento stonare leggermente, ma capisco la difficile maneggiabilità del sostantivo, e lo stesso direi delle “colpe più bambine” o “armi nella testa”), che soppeso in stato d’incertezza fra cavillosità e allergia a certi vocabili.
    Ma l’assieme, con una forte matrice corporea (fianchi, mani, lobi, dita, tempie, espressioni del volto, ecc.) è magnifico, e certi eccessi me li concedo solo in stato d’emozione; sarà il tono da lettera, sommessamente diretta, ti (chiederei) ti (chiederei) ti (chiedo) ti (pagherei) ti (girerei di spalle) e ancora ti (chiederò) e ti (vedrò) che cadono come gocce…
    E però mi pare proprio che qui sarebbe volgare ogni elencazione o citazione di ciò che (mi) taglia, e dunque mi compiaccio di sottile e oscuramente personale condivisione dell’atmosfera, lasciandomi tacere.

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