Pronta, il soccorso?

Pubblicato: 21 aprile 2007 da The Cats Will Know in scrittura
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Perché poi quando avverto quella sensazione strana che mi trasporta una parola sulle labbra che rimbomba strana nella sua immacolata-nebbiosa visione non ho scampo. Che. Devo abbandonarmi a quella rituale danza da shamano con tela di sudario -oggi- e movimenti del pennello intriso in china rossa e nera. Oppure con tela d’aria –ieri/domani speriamo-e filtri solari misti a onde di querce.

Quella parola stanotte/la mattina presto era “dolore”. Niente di strano. All’ordine del giorno, primo punto per tutti. E’ che, sempre che, nel lasso di tempo che (ancora che) ero riuscita a prendere sonno infilandomi tra le mie sete in “che” contorsione sottosopra -da capo i piedi/da piedi la testa, il cuscino tra le braccia ed i capelli sul cuscino, una gamba penzoloni e l’altra ripiegata in una piroetta (al solito anche quando dormo)….Il dolore era ormai un incubo, lo stesso descritto poeticamente un paio di che/mesi fa come segue (necessari i versi per chiarire eventuali inghippi della mente):

 

/tralascio il prima/

 

…cosa vuoi arpionare

ancora

dal centro grondante

di povere piogge d’oriente

-balene- i fantasmi di orridi

pensieri sudati e convulsi

smodate creature

tatuate andanti

ondulanti di anni incolori

-la febbre- giallocorvina

trascina la fune

e avvolge le braccia placcate

di sale

 

/tralascio il finale/

 

Tristram Shandy conosce bene questo mio impaginare (i pensieri), come del resto= ormai anche voi. E’ un rito anche questo, dare forma con forme in formine.

 

Dicevo un che di qualcosa. Già, mi sveglio e urlo,urla il mio braccio destro-che è mio non altra sembianza. Questo è dolore palpabile, mormoro alla smorfia vera, amputabile forse…Mi alzo, mi infilo nei jeans-niente caldo rossetto*. Scendo, entro in macchina con il braccio destro che mi segue senza trovare una posizione idonea. Avvio il motore*/neanche aritmia della noia*/ e parto, guido con la sinistra, manovro in qualche modo nello stretto parcheggio del condominio (già due volte in retromarcia ho tamponato un cipresso e rotto il vetro in mille pezzi) con la sinistra aziono il telecomandoalzasbarra e oltrepasso: direzione il nuovo luccicante enorme distante km e km ospedale.

 

***versi della mia prima poesia in italiano che ancora non vi ho proposto perché non è inverno e perché questo anno non devo percorrere 110km ogni giorno tra monti e curve

 

Cambio le marce con la sinistra e mi lamento un tragitto intero, a pezzetti e tratti

lascio un sole ed un cielo che è dolore. Arrivo, non mi fanno entrare nel parcheggio del pronto soccorso,parcheggio vicino, mi trascino a strascico verso lo sportello di “ben arrivati,abbiate pazienza,c’è chi sta peggio di voi”. Formalità: nome cognome—sono già schedata e non c’è bisogno di tirare fuori il tesserino sanitario/meno male, un’altra azione con il braccio sinistro e potrei anche smadonnare/. Mi siedo, mi contorco, mi mangio il labbro, giro nella sala d’aspetto…sono davvero PRONTA ma il SOCCORSO, dov’è?

 

Sussurri, circondata dalle voci degli altri pronti.

 

“poverina, ma guardatela, piange e sbatte i piedi…ma perché non la fanno entrare e la visitano?” (traduzione: …e la finiscono?)

(seeee,visitare…lo so bene…terrore…diagnosi sbraitate ad occhi storti e piedi zoppi…)

 

Final-mente (cielo, mentre sto scrivendo sta anche bruciando il pranzo: erano calamari e gamberetti per risotto, non ridete) il dottoreeeeeeeeeee!!!

 

/Ahia,ahia,ahia,ahia,ahia /+ “bisogna fare una lastra, ha sollevato pesi? È caduta? ha sbattuto?” + /facciamo pure questi X, no, no/.

 

La duottoressa rùssa della Stanza101 (rivolgersi a Winston Smith “1984”, G. Orwell) è gentile…la stanza meno. Mi spiega cosa devo fare ma già lo so, mi posiziona tra i miei mille AHI, entra nella stanzetta dentro la stanza…”non respiri”…

 

Fredda lapide, pannello

il dolore è in piedi

 

la bella statuina è anche un gioco

e la fotografia un hobby

 

in nero

bianca di paura

rossa trasfusione

(non ho ancora amato)

 

Un istante e il grigio intorno

è la terra dei perché fermi,

aghi le luci soffuse e il pensiero

aria in blocco di cemento.

 

Ora sono Pronta Per il Pranzo…ma il Pranzo non lo è.

….E tutto questo succedeva a novembre. Domenica passata, invece pure…ma ho chiamato il 118 per soffrire tra i comfort della Squadra Soccorso a Casa.

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commenti
  1. xcarnex ha detto:

    quante ore ci metti a fare sti post?

  2. taughtbythirst ha detto:

    Un brano fatto di saliscendi (just like flowing abruptly fra monti e curve, quando ci si infila nel silenzio e si sentono le “voci di dentro”)…
    Calcando la mano su un’atmosfera kafkiana su palcoscenico moderno sarebbe stato più godibile (mi interessava leggerti in prosa, ecco questo é) …

  3. Polikwaptiwa ha detto:

    xcarnex: il tempo è soggetivo.ci vuole tanto tempo quanto un attimo, oppure un attimo di tutto il tempo rimasto, oppure il tempo ci beve e le parole sono soltanto lo spazio mangiabile. in breve, ci ho impiegato esattamente 18 minuti 🙂

  4. Polikwaptiwa ha detto:

    thaughtbythirst:ok capo 🙂 hai ragione.ci devo lavorare su!Lo ritiro a mezzanotte precisa, giusto giusto 24h per scongiurare il Soccorso Pronto.thanks a lot for your advices

  5. AliseadeAlisei ha detto:

    Sarà che hai esercitato ed amplificato le emozioni, cucendole addosso- sarà che hai animato le situazioni che viviamo nel reale- sarà che hai improvvisato con le parole, senza parole, con degli oggetti, senza niente, in gruppo ed individualmente o in combinazione tra due o più cose che a me è piaciuto molto, cara Ste 🙂

  6. marcomiconi ha detto:

    Non lo togliere,me lo sono goduto un sacco.
    A parte avere conferme sul tuo modo di scrivere poesia ( è infatti un bellissimo testo autometapoetico?),mi sono goduto il raccontino del corpo che non risponde ai nostri desideri ( quasi mai,è per questo che ne cerchiamo un altro da possedere con la scusa del sesso e dell’amore) e ci caccia in situazioni così paradossali da essere ridicole.
    Franz cita Kafka ( bella battuta,bravo marco!!) e mi ci ritrovo.Ma ti dico anche che io non ho sempre voglia di leggere il signor K,la sua ironia dura come il titanio non è mica per tutte le stagioni.
    A volte preferisco questa : le peripezie di un’ ipocondriaca ( come altro definire una che riconoscono a vista al pronto soccorso ?) all’interno del castello della propria anatomia e della scrittura.
    Io lo trovo davvero ben fatto ed umoristico riflessivo.

    Marco
    xcarnex..chi era costui?

  7. parolaia ha detto:

    Sì sì, vivace in tutto il *processo* (kakfiano) di metabolizzazione della sofferenza (lussazione spontanea di spalla?) sul banco dei versi imputati (è un rito anche questo).
    La prosa è istintiva nuda (bella) e i versi sparsi sono un po’ smorfie (di dolore) un po’ sberleffo (di rivalsa).
    “la bella statuina è anche un gioco e la fotografia un hobby”
    Mmmm… vabbè il comfort del 118, ma vuoi mettere rispetto alla descrizione del viaggio *sinistro*? Era da oscar.
    🙂
    Complimenti.

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